Impressioni di Santorini

Se di primo acchito penso a Santorini, ora che sono tornata dalla bellissima vacanza, mi viene allegria. Tutto è luce, le case di un bianco accecante, i muli sui gradini che dal vecchio porto portano al centro di Fira, i gatti appollaiati sui muretti, il cielo di un blu che più blu non si può, le porte dietro cui c’è il mare. Per la porta del Paradiso Dio ha preso spunto da una di quelle che ci sono a Santorini.

Le viette sono un dedalo di colori, i souvenirs esposti sui banchetti, le espadrillas fatte a mano, le mille chiesette sulle quali svettano croci e campane. Amo le campane, il cui suono mi richiama alla festa. Le navi da crociera si alternano e sfornano turisti accaldati che si muovono di qua e di là con aria persa.

E ancora ho negli occhi l’eleganza di Oia, la spiaggia assolata di Perissa, e soprattutto la barca a vela su cui ho passato un pomeriggio intero attorno alle isolette in attesa del tramonto.

Lì, seduta al mio posto, nel silenzio della sera, solo il rumore delle onde, il vento, mi sono sentita felice.

Sole giallo e mare blu

La valigia è pronta, il bagaglio è spartano ma ho messo tutto, pure un vestitino elegante perché mai dire mai. Il desiderio si avvera finalmente per il mio anniversario di matrimonio. Parto sabato. Vado a Santorini per una settimana intera. Case bianche coi tetti blu, stradine strette, atmosfera magica, tramonti incantevoli. La testa è già lì. Per la prima volta senza figli e soprattutto senza cani. Sono certa che starò bene. Amo la Grecia, la sua storia, i suoi miti, il mare.

Parto dunque ma ritorno. Forse.

Un saluto a tutti.

Dedicato a mia madre

Fin da quando ero piccola mia mamma era solita ripeterci che noi figli avevamo peso, qualità e misura. Questa espressione, non proprio felice, stava a significare che fortunato era chi godeva della nostra compagnia e chi, per avventura o per altro, si trovava a incrociare il nostro cammino di vita.

Sulla scia di questo pensiero mi ha fatto frequentare le migliori scuole e, con fare snob lei, “sine nobilitate”, si permetteva di allontanare da casa nostra le persone che riteneva non fossero alla nostra altezza.

Così casa mia era un porto di mare ma veniva frequentata solo da gente che, come noi, aveva allo stesso modo, peso, qualità e misura.

Che ci fosse una nota stonata in questo modo di pensare e di agire me ne sono accorta già verso i 14 anni quando mio padre ebbe dei seri problemi economici.

Gli amici dei miei genitori ci allontanarono e le amiche di mia mamma si erano scordate persino il suo nome di battesimo ed erano tornate a chiamarla “ signora ”, essendo lei ridiventata un’ estranea, salvo poi naturalmente a farsi ritornare la memoria quando mio padre superò la crisi e si riprese come e meglio di prima.

Per questo ma non solo per questo, nell’amicizia e nel’ amore ho sempre seguito il cuore lasciando aperta la porta di casa a chi mi piace e mi è simpatico, indipendentemente dal suo ceto sociale. Questa apertura mentale mi ha consentito di imparare molto dagli altri e di capire meglio le persone che mi circondano.

Ammetto allo stesso tempo di aver sviluppato una certa insofferenza nei confronti di chi si crede più degli altri senza in effetti esserlo, verso quelli che io chiamo con disprezzo “i cafoni arricchiti ”.

Siamo tutti barchette in mezzo al mare, in balia delle intemperie della vita e tutto quello che cerchiamo e desideriamo veramente è di approdare in un porto sicuro e rimanere in acque tranquille, fissando gli ormeggi.

C’è invece chi coltiva ancora la vana illusione di riuscire a navigare per il corso della sua intera esistenza in un mare all’apparenza sempre calmo e sicuro e si adopera con ogni mezzo per far sì che gli altri lo credano, celando al mondo intero le loro burrasche personali, facendo addirittura finta che che non ci siano e che a loro vada sempre tutto bene. Il chc ovviamente è impossibile. Anzi, a voler ben guardare, il loro mare è meno limpido e trasparente di quello altrui.

Io non sono così e per mia stessa natura non nascondo nulla anche perché sono fermamente convinta che condividere le proprie esperienze sia sempre positivo e vantaggioso.

Tuttavia, come contropartita, questo mio modo di essere e pensare mi ha esposto a tradimenti e c’è stato chi si è fatto forte sulle mie debolezze e, appunto, mi ha tradito.

La mia reazione è stata quella di prenderne atto, di lasciare cicatrizzare le ferite, di chiudere con il traditore e di andare avanti per la mia strada come se nulla fosse successo.

La vita infatti è bella e va vissuta appieno con i suoi pro e con i suoi contro.

Il Pensatoio

In un documentario su Darwin si parlava di lui, del suo genio e di come le sue teorie abbiano rivoluzionato il vecchio modo di pensare sull’origine della specie.

In particolare mi ha colpito il fatto che lui usava come pensatoio il suo giardino.

Aveva infatti una casa con un grande giardino e aveva creato apposta un percorso circolare intorno alla casa. Quando doveva trovare una risposta a una domanda difficile percorreva, al pari dei filosofi greci, i ” Peripatetici ” più volte lo stesso tragitto.

A ogni giro faceva cadere una delle pietre che aveva su un tavolino accanto al portone d’ingresso. Finite le pietre, il problema doveva trovare una soluzione.

Sebbene il paragone sia senza dubbio irriverente potrei provare a emularlo, visto che quando esco con Socrate percorro lo stesso, identico tragitto, senza mai cambiarlo.

Così ogni giorno potrei pensare a uno dei miei tanti problemi irrisolti e fissare come tetto massimo il numero di dieci pipì del mio cagnolino. Alla decima pipì il mio problema deve essere risolto.

E chissà che, con l’aiuto di Darwin ma soprattutto di Socrate, possa essere, di giorno in giorno, sempre un poco più felice.

L’annoso dilemma

Ho sedici anni e sono seduta al mio banco. Mi annoio, la lezione è pesante. Sul diario allora incomincio a scrivere, vittima di un ego che non mi ha mai del tutto abbandonato “W me, w me” Riempio più di una pagina della mia lode.

Dall’alto della cattedra la professoressa si avvede della mia distrazione e non me la perdona. Mi chiama e mi invita a consegnarle il diario. Legge e poi davanti a tutti i miei compagni mi dice : “Se devi scriverlo, scrivilo almeno in maniera corretta, w io e non w me”.

Da allora l’annoso dilemma ancora mi affligge visto che tutti scrivono e/o dicono “w me”.

Ho scritto pure al professor Sabatini di “ unomattina” ma nulla. Forse il mio quesito non è degno di interesse.

E allora chiedo a voi, aspiranti scrittori/ scrittrici del web, esimi/ esimie prof. “ qual è (senza apostrofo, questo almeno lo so) la dicitura esatta e perché? Per quale regola?

Per favore ponete la parola fine al mio annoso dilemma e, orsù, datemi voi la risposta corretta. In definitiva, si scrive “w io o w me?”

Ps: non posso più chiedere alla prof. in questione perché ne ho perso le tracce.

Una donna che mi piace

L’ho scoperta per caso Irène Némirovsky comprando, attirata dalla bella copertina che hanno tutti i libri editi dalla casa editrice “Adelphi”, uno dei suoi tanti libri: “Due” in cui parla del rapporto di coppia che, nonostante inganni e tradimenti, è più forte di tutto e di tutti.

Poi che ho letto “Jezabel”, ritratto spietato di una madre che non l’ha mai amata e ora ho appena finito di leggere un altro libro ancora, “Suite francese” dove fa un’analisi lucida, spietata e fredda e distaccata della società francese durante la seconda guerra mondiale.

Raramente mi succede quando leggo dei libri di sentirmi incuriosita dalla vita stessa della persona che li ha scritti e di voler conoscere di più di lei e del contesto sociale in cui è nata e vissuta ma stavolta invece mi è successo e così, attirata dalla sua scrittura ma anche dalla foto che la ritrae bellissima e chic sul retro della copertina di “Suite francese” e dalla felice intuizione che nei suoi libri c’è molto di autobiografico ho incominciato a leggere di lei, della sua vita, di come sono nate le sue opere, della tecnica minuziosa e originale che usava per scrivere i libri.

Comprava i quaderni e poi su una pagina descriveva i personaggi in ordine di apparizione, delineandone nei dettagli caratteristiche fisiche e psicologiche, nell’altra scriveva il testo del libro.

Ho anche letto le lettere che scriveva agli editori per avere notizie sulla pubblicazione dei suoi libri, per chiedere il pagamento dei compensi che le erano stati promessi ma che ancora non aveva ricevuto.

Russa, ebrea, nata nel 1903 da una famiglia ricchissima, intelligente, colta, poliglotta, allegra, amante delle feste e della vita mondana, anticonvenzionale ma al tempo stesso ironica e non superficiale, venne arrestata e poi deportata e uccisa ad Auschwitz nel 1942.

E lo so che è stupido e assurdo ma, sia pure indegnamente non potendomi affatto paragonare a lei e al suo genio creativo e non solo, ho lo stesso visto e riconosciuto in lei qualcosa di me, del mio carattere, del mio stile, del modo di porgermi agli altri e forse è proprio per questo che mi piace e me la sento vicina. I suoi pensieri avrebbero potuto essere i miei pensieri.

Di una donna così provo ammirazione e confesso che mi sarebbe piaciuto conoscerla personalmente ed esserle amica.

Chissà perché per certe persone, uomini o donne che siano, si prova un’inspiegabile attrazione e l’istinto, quando poi riesci a entrare in contatto con loro, non sbaglia mai e questa attrazione si trasforma il più delle volte in un amore o un’ amicizia destinati a durare per sempre.