Un sogno: il carro funebre

Sto andando dal medico di famiglia. Mi trovo nella mia città natale, il suo ambulatorio è nel palazzo dove abitavo da bambina.

Sono in forte ritardo, almeno di un’ora e mezza, attraverso l’ androne e finalmente entro nell’ ambulatorio.
Dentro vedo mio fratello, morto da più di un anno e con cui non sono mai andata d’ accordo.
C’è tanta, troppa gente. Mi manca l’aria, mi sento soffocare, in prigione.
La signorina alla reception mi dice che passeranno ore prima che arrivi il mio turno, probabilmente a tarda sera.
Mio fratello mi tocca in continuazione il braccio, mi dá fastidio, non vuole che scriva al cellulare. Litigo con lui furiosamente.
“Smettila palla di lardo'”gli dico e vado via dallo studio medico.
Mi dirigo verso la mia auto e anche lí trovo un capannello di gente. Mi faccio strada, infilo la chiave nella serratura ma l’ auto non si apre.

Mi accorgo sconvolta che non è la mia auto ma un carro funebre al cui interno c’è una bara.
Alzo lo sguardo e vedo la mia automobile, regolarmente parcheggiata un po’ più avanti. Mi reco verso di essa e mi accorgo che sul vetro posteriore sono appoggiate delle rose rosse.
Mi sveglio turbata e con la sensazione di aver fatto un brutto sogno.

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Pensieri su Toulouse Lautrec

La mostra di Toulouse Lautrec al Palazzo Reale di Milano mi ha dato modo di conoscere un po’ di più di un artista che mi è sempre piaciuto e che con le sue opere ha segnato un’ epoca : la belle époque.
Proveniente da famiglia nobile ha patito sulla sua pelle la scelta dei nobili di accoppiarsi tra di loro ed è nato con una grave patologia che gli ha causato uno sviluppo disarmonico degli arti inferiori rendendolo simile a un nano. Era alto, si fa per dire, un metro e 52.

La mostra si apre appunto con un grande ritratto di famiglia che lo immortala con i suoi genitori e parenti tra cui una cugina deforme.
Il suo aspetto fisico non felice e la consapevolezza di esso tuttavia non pregiudicarono la pienezza della vita sociale con la frequentazione di locali periferici di Parigi, come il Moulin Rouge a Montmartre, e di ballerine prostitute come Jane Avril, consegnate alla Storia dai suoi ritratti e manifesti.
La guida ci ha parlato inoltre della sua vita, del suo pensiero, ci ha letto spezzoni dei suoi scritti da cui si intuisce di come lui si sentisse diverso dagli altri autodefinendosi un ‘outsider’.
E forse proprio da questa inquietudine interiore, da questo conflitto interno tra quello che era e quello che avrebbe voluto essere che nasce il suo genio.
Per anni desideró l’ approvazione del padre condividendone le passioni, come quella per i cavalli che compaiono spesso nei suoi dipinti, senza però riuscirsi. In compenso era adorato e supportato nelle sue scelte dalla mamma e dalla nonna che lo amavano incondizionatamente.
Questo suo affannarsi nel tentativo di compiacere il padre mi ha portato alla considerazione che i genitori sono i principali artefici della felicità dei propri figli e hanno il dovere morale di assecondarli nelle loro scelte per renderli liberi e non oppressi da sensi di colpa.

Un sogno: l’albergo

 

Sono in macchina con dei colleghi di lavoro. Un mio collega mi sta dando un passaggio. A un certo punto si ferma e mi dice che posso scendere.

Sono un po’ spaesata, non capisco bene dove mi trovo e mi guardo intorno. So di essere a Milano in via Caretta. Incredibile a dirsi ma a Milano c’è davvero una via con questo nome. Subito dopo mi vedo in una stanza di albergo molto lussuosa. Mi piace molto.
Apro la porta e vedo delle domestiche che si accingono a preparare le stanze per la notte ma io non ho bisogno di nulla in  quanto sono appena arrivata ed è tutto a posto.
Ne approfitto per andare in esplorazione. Scopro
con stupore che le stanze dell’albergo sono tutte comunicanti tra loro. Un piccolo corridoio mi introduce in un’altra stanza, a sua volta comunicante con un’altra ancora.
In quella vicina a me dorme su un fianco una donna anziana. L
a vedo da dietro mentre passo. I suoi capelli sono tutti bianchi. Accanto a lei dorme acciambellato un cane.

Nella stanza attigua so per certo, pur non essendoci entrata, che vi alloggia un uomo.
Rientro frettolosamente nella mia stanza, ho paura di essere scoperta.
Appena rientrata, viene nella mia stanza la mia vicina, si presenta, iniziamo a chiacchierare come due vecchie amiche. Dentro di me penso che è proprio simpatica e sono contenta di averla conosciuta. Mi sveglio e, ahimé, il sogno finisce così.

Figure geometriche

Un cerchio. Un triangolo. Un rettangolo. Con queste tre figure geometriche bisognava disegnare un uomo per un test psicologico.

A volte con le amiche ci si diverte con poco e così a cena al ristorante, tra una portata e l’altra, in quattro e quattro otto, ho pensato a un ometto davvero curioso. Un cerchio piccolo come testa, niente occhi, né naso e nemmeno la bocca, un rettangolo enorme come tronco, niente collo e due triangoli come braccia e due triangoli come gambe con la base rivolta in giù.

La mia amica invece, con le stesse figure, ha disegnato un omino perfetto, pure con il cappellino in testa, con gli occhi, il naso ma senza bocca e tantissimi cerchi piccolini come collo e come gambe e per piedi due triangolini minuscoli con il vertice in basso. Pareva un ballerino.

La mia amica ” psicologa” che in realtà è una ginecologa ci ha dato il responso. Io e non l’avrei mai detto, sono creativa all’80 %, ho un 10 % di bontà e un altro 10 % di cattiveria. L’altra mia amica invece ha il 70 % di bontà, il 20 % di cattiveria e il 10 % di creatività.

Mi è comunque rimasta una domanda a cui non è stata data alcuna risposta: Ma come mai il mio uomo ha la testa piccola e non ha né occhi, né naso e né bocca? “

A testa alta

Girovagando tra i blog ho letto un post il cui contenuto disapprovo in pieno.
Il post
di cui intendo parlarvi prende spunto da una frase della Meloni  in cui la stessa  si meravigliava che l’onorevole Boldrini, nella sua veste istituzionale, non avesse espresso alcuna riprovazione riguardo allo stupro subito dalla turista polacca e alla violenza patita dal suo compagno a Rimini.
Ebbene la blogger in questione, invece di cercare di compenetrarsi, per quanto possibile, nei panni della vittima, si schierava tutta a favore dei carnefici, sostenendo che la violenza da essi perpetrata in nulla differiva da quella posta in essere dagli Italiani all’interno delle pareti domestiche dando del razzista a chi sosteneva
il contrario.

Infatti si è scagliata pure contro di me che, in un commento, mi sono permessa di difendere la Meloni, esprimendo sconcerto per il post e le affermazioni in esso esplicitate. Non solo sono stata etichettata come razzista, invidiosa della Boldrini quando l’invidia è un vizio capitale che proprio non mi appartiene e da sempre ma anche invitata ad andare altrove.
Premesso che la violenza è da condannare sempre e comunque, è sotto gli occhi di tutti che, con l’ arrivo degli immigrati, i reati contro il patrimonio e contro la persona, specie contro le donne, sono aumentati a dismisura, tanto che vengono prese di mira anche le donne anziane.
Questo accade perchè alla base del loro comportamento non c’è alcuna considerazione nei confronti delle donne e per il ruolo da esse rivestito all’interno della famiglia e della società, essendo solo uno strumento per soddisfare i loro bisogni sessuali. La donna non vale niente, non è niente.
Questo modo di pensare e di agire cozza violentemente col nostro dove la donna,
al contrario, occupa un ruolo di primo piano nel lavoro e nella società.

La conferma della bontà di quanto ho detto arriva proprio da un ” mediatore culturale” , Abid Jee che ha spudoratamente reso pubblico su Facebook il suo pensiero ” … peggio solo all’ inizio ma poi la donna si calma ed è un rapporto normale … “. Agghiacciante il fatto che queste parole, altrettanto agghiaccianti, siano state scritte da un ragazzo di 24 anni, che vive e studia in Italia.

Questo avvalora la tesi che, rebus sic stantibus, nessuna integrazione è in atto e, a mio giudizio, nessuna integrazione è tuttora possibile, visto che questi ragazzi provengono da famiglie molto lontane e diverse da noi da cui hanno ereditato la mentalità, gli usi e i costumi, tanto che molto spesso finiscono per sviluppare un odio profondo nei confronti del mondo occidentale.
Tornando al post della nostra blogger mi ha fatto male constatare che nemmeno una parola sia stata spesa per la giovane donna polacca, marchiata a vita da questa orribile umiliazione, una ferita da cui dubito potrà
mai guarire. Non una parola di compassione, né di pietà. Nulla di nulla. Solo una presa di posizione a favore di quegli scellerati malfattori. Lei che pure è una donna. Ma come si fa e come si può essere così crudeli? E se fosse capitato a lei, a una sua amica o conoscente sarebbe stata altrettanto magnanima?

Una violenza siffatta è motivata da notevole disprezzo nei confronti di noi donne e se non siamo proprio noi donne a farci paladine dei nostri diritti, chi altri? Dobbiamo ribellarci a qualsiasi tentativo di impaurirci e di sottometterci ma, nel farlo, dobbiamo essere unite e compatte.

Da sole non andiamo da nessuna parte. Come quella giornalista che ha indossato il velo per parlare con un imam a Bari. Il velo da sempre è simbolo di sottomissione e noi non dobbiamo sottometterci a nessuno e per nessun motivo.

A testa alta. Sempre.

L’immagine è stata presa dal web.

Cani e Gatti

Il mondo è diviso in due grandi categorie, quella di chi ama i gatti è quella di chi ama i cani. Io appartengo a quest’ultima e amo, ricambiata, i cani mentre i gatti mi piacciono solo da un punto di vista estetico e basta.
Da questa premessa ne consegue che i rispettivi proprietari riflettono in sé tutti i pregi e
i difetti dei loro animali preferiti finendo addirittura per assomigliarsi fisicamente.
Chi ha un gatto è indipendente e libero, possiede facoltà paranormali ma al tempo stesso è inaffidabile ed egoista, essendo il suo comportamento proiettato a un suo tornaconto personale piuttosto che a quello degli altri.
Chi ha un cane, lo ammetto sono di parte, di sicuro è meno indipendente di chi ha un gatto ma è più incline all’amicizia disinteressata, è fedele e affettuoso e mai e poi mai tradirebbe un amico. Aborre la falsità.
Credo pertanto che dalle preferenze di una persona per un animale domestico piuttosto che per un altro se ne possano arguire carattere e indole e regolarsi di conseguenza sapendo in anticipo con chi si avrà a che fare.
E voi
siete più gatti o più cani?

L’età delle donne

L’età delle donne è strana assai perché, invece di aumentare con il tempo, spesso diminuisce. La prova provata è data da una mia amica che so per certo essere del 64′ e che invece con nonchalance, mentre passeggiavamo insieme, mi ha comunicato di essere nata nel 65′.

Purtroppo per lei ho una memoria di ferro e mi ricordo tutto e anche le quisquilie, come lo è l’anno di nascita.

Così, anno dopo anno, la differenza di età che ci divide è destinata ad aumentare e lei sarà sempre più giovane e io, ahimè, sempre più vecchia.

Le proprie insicurezze si manifestano anche in questo modo nascondendo agli altri e forse anche a se stesse la propria vera età.

Per questo, anziché condannarla, mi fa tanta tenerezza.

D’altronde, non a caso Oscar Wilde diceva che non bisogna mai fidarsi di una donna che dichiara la sua vera età perché, se è capace di quello, è capace di tutto.

Anna Lucia

Da ragazza avevo una bellissima comitiva di amici, comitiva i cui componenti sono rimasti gli stessi nel tempo, non uno di più e non uno di meno, essendoci noi sempre rifiutati di allargare la cerchia ad altri.
Ciò nonostante quando conobbi Anna Lucia, figlia dell’allora prefetto della mia città natale, mi piacque talmente tanto che feci di tutto per inserirla nel mio gruppo e farla diventare una di noi.

L’  ammiravo. Lei, pur  essendo molto giovane, accompagnava il padre dappertutto, specie nelle manifestazioni ufficiali, perché lui era vedovo, e lei rappresentava la figura femminile al suo fianco. Non bella ma fascinosa e con uno stile tutto suo, ci sentivamo ogni giorno. Mi ha insegnato come muovermi con disinvoltura in ogni ambiente. Con lei mi sono divertita molto, in special modo al circolo ufficiali dell’ aeronautica dove c’ erano tanti bei ragazzi e tutti in tiro. Io l’ invitavo a tutte le feste e gli incontri che organizzavo con i miei amici.
Tutto questo è durato fino a quando il padre non venne trasferito a Roma, sua cit
tà d’ origine.
Lei mi lasciò i suoi recapiti telefonici e io ero certa di non aver perso l’amica perché
mi si presentava spesso l’occasione di andare a Roma per un motivo o per un altro.
Credevo ci saremmo riviste ma mi sbagliavo. Ogni volta che l’ho chiamata si è sempre negata al telefon
o, quindi ho capito e non l’ho chiamata più.
Evidentemente per lei ero un capitolo chiuso.
All’inizio ci sono rimasta molto male però poi ho pensato che in ogni caso mi aveva lasciato qualcosa e me ne sono fatta una ragione.
Non so nemmeno bene il perché ne sto parlando ora a distanza di anni, non so se é perché non l’ ho ancora digerito o perché le cose non concluse o non perfettamente concluse rimangono come sospese nel vuoto, eternamente appese al nulla e noi razionalmente non l
e accettiamo. Il cerchio va chiuso.
Di una cosa però son certa, io non mi sarei mai comportata con nessuno così, meno che mai con un’amica. I sentimenti degli altri non vanno calpestati.

Di sicuro per lei ero sullo stesso piano di tanti perfetti sconosciuti e poco importa se li conosci per cinque minuti o per cinque anni.
Per me l’ amicizia conta eccome ed è sempre disinteressata. Il “do ut des“, il “facio ut facias” non mi appartengono e va bene così.
E mi affeziono se pure sono agrodolce per carattere e anche per questo va bene così.

Caterina Caselli

Poiché, già ve l’ ho detto, amo guardare i programmi più demenziali che ci siano, a dispetto di tutti gli pseudo intellettuali, specie del web, e me li guardo pure con soddisfazione, tutta contenta e beata, senza pentimento alcuno, mi è capitato di seguirne uno tutto imperniato su Caterina Caselli.
I due conduttori, Pani e Mollica, intervista
vano la cantante per ricostruirne vita e carriera, a cominciare dai suoi esordi, appena sedicenne.
Nel suo studio, Caterina Caselli si raccontava e il suo racconto era intervallato da filmati che la riguardavano e
da aneddoti sui suoi film e sulle sue canzoni.
Esponeva il suo pensiero con la semplicità propria delle persone
colte e intelligenti.
Ho scoperto una donna che non mi aspettavo, ironica
e arguta, e tale è stata la mia sorpresa che da telespettatrice distratta mi sono trasformata in telespettatrice attenta e curiosa.
Mi ha colpito la sua
umiltà quando ha confessato di come si sentisse intimidita davanti a certi “giganti” della musica, come per esempio Giorgio Gaber, e di come si fosse sentita in dovere, potendolo fare, di valorizzare e lanciare nel mondo dello spettacolo nuovi talenti, dando loro lo spazio che meritavano.
Penso che
di persone come lei siano rimaste in poche in quanto per i più è costume corrente sminuire l’ altro per valorizzare se stesso.
“Ma chi è tanto bravo e preparato ha bisogno di ricorrere a questi mezzucci per emergere?”
A tal proposito la Caselli affermava che chi possiede un talento vero, naturale, non ha ragione di temere competizione alcuna e, anzi, il confronto è un’ utile occasione per arricchire le competenze proprie con quelle altrui.
La penso esattamente come lei
e quando ho la fortuna di incontrare persone migliori di me per cultura, intelligenza o altro, il che non è affatto difficile, me le tengo ben strette e faccio tesoro della loro compagnia.