Il professore del cappero

Sigaro in bocca, bicchiere di birra, se ne stava comodamente seduto su una poltroncina un bizzarro avvocato in compagnia della sua “amica”, di mio marito e mia e di un’ altra coppia, in vacanza nello stesso villaggio, a chiacchierare di tutto e di niente. No, mi correggo, a chiacchierare della superiorità in bellezza, cultura, bravura dei loro figli, rampanti professionisti di giovane età e della normalità dei miei.

Nel bel mezzo della conversazione si avvicina il maître del ristorante e incomincia a vantarsi delle sue doti da psicologo, essendo in grado lui, con una sola occhiata, di giudicare la tipologia del cliente del suo ristorante e, nell’enfasi del discorso, si esibisce in un latinorum degno del dottor Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.

Se deve dirlo, deve dirlo bene” subito lo riprende il talentuoso avvocato “verba volant, scripta manent”, facendo arrossire il povero uomo.

Sarà che più di una volta mi è capitato di essere corretta dal professore di turno, istintivamente mi sono sentita dalla parte del maitre, ridicolizzato davanti agli astanti.

A me è stato insegnato che non è educato correggere chi sbaglia a pronunciare una parola, il tempo o il modo di un verbo, specie alla presenza di tutti, per non ferire, per non offendere o mortificare. Lo si può fare al limite in disparte, a tu per tu, lontani da orecchie indiscrete.

A voi è mai capitato un episodio simile? E che ne pensate a tale proposito? È giusto il comportamento dell’avvocato? Sono curiosa di conoscere la vostra opinione.

 

L’ esercito dei Mao Mao

Abbandonata da mio marito alle sette del mattino nella spiaggia dei due mari a Caprera, mi sono ritrovata in un Paradiso, tanto che l’iniziale disappunto si è subito trasformato in una sensazione di gioia per essere lì, tutta sola , a godere appieno della bellezza del mare, trasparente e verde azzurro, della spiaggia e della macchia mediterranea attorno.

Mi sono sistemata l’asciugamano sotto l’ombrellone e mi ci sono seduta sopra ad ammirare il panorama, incantata dalla bellezza del luogo. Il silenzio faceva da cornice e, come sempre in queste circostanze, mi sono sentita appagata e in pace con me stessa e col mondo. Nel mentre trasognavo ecco che alle mie spalle si è materializzata una signora non più giovane, del posto, che mi ha fatto i complimenti per essere in spiaggia di buonora e mi ha suggerito di approfittarne per farmi il bagno perché di lì a poco sarebbe arrivata una marea di gente e assai maleducata. Mi ha stretto la mano e ha continuato la sua passeggiata.

Ho seguito alla lettera il suo consiglio e, in men che non si dica, mi sono ritrovata in acqua, cullata dalle onde. Ho fatto il morto a galla, ho nuotato a stile libero e a rana, mi sentivo una sirena. Quando la pelle delle dita ha incominciato a raggrinzirsi sono uscita ed ero ancora sola anche perché erano le sette e mezzo di mattina.

Alle otto, come quella signora mi aveva predetto, è incominciata la processione. Il primo ad arrivare un signore in carrozzina a motore. Si è posizionato proprio di fronte al mare, per prima cosa si è acceso una sigaretta impuzzolendo l’aria. Subito dopo è stato raggiunto da una signora, presumo la moglie, con una specie di carrettino da cui ha scaricato due ombrelloni, uno più alto e uno più basso, una borsa frigo, due lettini, asciugamani e chi più ne ha più ne metta.

In un niente la spiaggia si è riempita all’inverosimile e la maggioranza delle persone portavano con sé lo stesso tipo di carrellino della moglie dell’uomo in carrozzina, anch’esso stipato all’ inverosimile. Bambini grandi e piccoli, palloni, urla.

Ma da dove sono usciti tutti questi Mao Mao? Mi sono sentita persa e con addosso la spiacevole sensazione che sia stata fatta violenza a un luogo così splendido e incontaminato. Per fortuna è tornato mio marito e me ne sono scappata via a gambe levate, lontana finalmente da quell’orda di barbari.

Islanda: meraviglia della natura

A fine giugno sono stata in vacanza in Islanda. Di viaggi ne ho fatti tanti ma le emozioni che mi ha regalato questa terra meravigliosa penso che me le porterò per sempre nel cuore. Già dall’arrivo all’ aeroporto di Rekiavjk ho respirato un’aria diversa da quella del mio Paese e questa mia percezione si è rafforzata durante il corso del mio soggiorno.

Il paesaggio regala scenari sempre diversi e tutti mozzafiato. Dal deserto roccioso si passa a prati verdi, a dirupi e a cascate tanto belle da togliere il fiato, ai geyser, alle spiagge nere battute dal vento, all’ imperscrutabile oceano, alla laguna glaciale con gli iceberg e le foche. Luce a ogni ora del giorno e della notte, sole a mezzanotte, scrosci improvvisi di pioggia, cavalli dalla folta criniera, pecore, mucche e caprette dappertutto.

Rekiavjk è una città allegra, piena di giovani che vengono da tutto il mondo e che camminano veloci tra case colorate, locali, negozi di souvenir e maglioni di lana grezza di ogni foggia e colore.

Gli Islandesi, poi, si contano tra di loro con appositi numeratori, fieri della propria nazione e della loro identità.

Non usano tovaglie e appoggiano i piatti direttamente sui tavoli, perloppiú di legno grezzo. Abitudine che, a ben vedere, è lo specchio di un popolo che vive la vita senza inutili fronzoli e bada all’essenziale. 

Io stessa, da brava provinciale, ne sono rimasta spiazzata e a colazione non riuscivo a non mettere il tovagliolino di carta ben aperto sotto la tazza. 

Sono ripartita col magone e col desiderio di essere già di ritorno, anche solo per vedere l’ aurora boreale che non ho visto e le balene che non si sono fatte vedere quando ho fatto la gita in barca. Spero di poterci ritornare l’anno prossimo, ma nel nord.

Islanda aspettami, sto arrivando. 

Sulle Università

A cena mio marito ci ha raccontato di aver sottoposto a colloquio due ragazzi per l’ ingrato compito ricevuto dall’ ufficio di selezionarne uno da assumere in azienda; una laureata a Camerino e l’altro a Pavia, pendendo ahimè l’ago della bilancia a favore di quest’ultimo.

Da questo antefatto il discorso è scivolato sulla preparazione acquisita da chi frequenta un’università piuttosto che un’altra. E, sebbene siano trascorsi un sacco di anni, ancora ricordo che chi, tra i miei conoscenti o amici, voleva laurearsi senza troppa fatica, sceglieva di studiare in una di quelle università che aveva la nomea di essere più facile anche solo per la mole di pagine da studiare in vista degli esami.

Da allora è trascorso così tanto tempo che proprio non so dire se queste dicerie ci siano ancora oppure no.

Ma secondo voi le università italiane preparano tutte allo stesso modo e il titolo di studio di chi esce da un’università piuttosto che da un’altra ha lo stesso valore in termini di preparazione?

Sulle figlie …

Quando oggi ho visto mia figlia ho riconosciuto in lei una mia espressione e mi è venuto naturale dirle che mi assomigliava. Apriti cielo, non l’avessi mai fatto, si è risentita, ha avuto una reazione esagerata, non è vero, lei è lei e io sono io. Ho toccato evidentemente un nervo scoperto. Non sarò stata la sola a farglielo notare.

Ora però a essere offesa sono io …

Riflessioni sulla mamma

Non scrivo mai nulla per la mamma in occasione della festa della mamma perché è una festa che mi riporta col pensiero alla mia di mamma e questo di certo non mi rende felice, mi riapre una ferita mai del tutto rimarginata.

Amavo mia madre alla follia, per lei mi sarei buttata nel fuoco e, invece, a buttarmi nel fuoco è stata lei e da lei ho ricevuto il dolore più grande della mia vita, tanto grande che ancora oggi, a distanza di tempo, non sono guarita. Credevo di morire.

Quando ti arriva qualcosa da qualcuno da cui non te lo aspetti, la mamma appunto, il dolore è ancora più grande, la ferita più profonda. Sei stupita, impreparata, indifesa, inerme.

Sono quasi dieci anni che non la vedo e, nonostante abbia più volte e in più occasioni, cercato di riavvicinarmi a lei, è pur sempre mia madre, al telefono mi ha detto a chiare lettere che non mi vuole più vedere e che non faccio più parte della famiglia. Altro quindi non ho potuto fare che prenderne atto e rispettare la sua volontà.

Dei quattro figli che ha avuto, due le sono morti, una praticamente è come se lo fosse.

Ma come fa a vivere con questo macigno sul cuore, come fa a dormire sonni beati?

Io, che oltre a essere figlia sono anche madre, proprio non riesco a spiegarmelo. Solo al pensiero che possa succedere qualcosa ai miei figli sto male.

Di certo, essere madri non è affatto facile, l’importante è imparare dai propri errori, mettercela tutta, lasciarsi guidare dall’ Amore, quell’amore che è poi il motore di tutto e fa girare il mondo. Questa però è tutta un’altra storia.

La verità è che mia madre è cattiva e sull’altare dell’apparenza ha sacrificato la figlia ma non credo che sia l’unica.

Son tutte buone le mamme del mondo? No, credo proprio di no.

Parmigiano e sterco di vacca

L’ho già scritto in altri post: a me piacciono le trasmissioni demenziali perché hanno il merito di regalarmi un po’ spensietatezza. Però stamattina, a “Uno mattina”, si è veramente toccato il fondo.

Argomento del dibattito: il nulla. Conduttori e giornalisti discutevano sulla reazione di uno chef italiano a una recensione negativa su tripadvisor. Quest’ultimo pare infatti abbia risposto male a un avventore il quale, essendosi recato nel ristorante dello stesso, a Londra, si era visto rifiutare dal cameriere il parmigiano che aveva ordinato per il primo di pesce. Così, una volta a casa, aveva pensato bene di sfogarsi sul noto sito, ricevendo però questo commento indietro dallo chef:

“Col pesce il parmigiano non va. Mettilo sullo sterco di vacca”.

E, incredibile a dirsi, ospite in tv era proprio il tronfio ristoratore con la sua compagna, chiamato a dire la sua sull’episodio, felice come una Pasqua di poter pubblicizzare il suo locale a spese del cliente, cornuto e mazziato.

Ma, restando sempre in tema di ristorazione, la vendetta è un piatto che va servito freddo e, quando ho letto in sovraimpressione il cognome della compagna dello chef patinato ma maleducato, mi è venuto troppo da ridere, Vacca appunto. Forse ne è stata l’ispiratrice.

Chi di vacca ferisce di vacca perisce. Evidentemente di vacche se ne intende.

Al camping Vettore

Nulla. Sono in mezzo al nulla. Seduta al tavolino davanti al mio bungalow mi perdo tra il verde degli alberi e il silenzio che c’è.

Mi piace questo silenzio, è un silenzio a cui non ero più abituata e di cui avevo bisogno per rigenerarmi.

I pensieri si affacciano alla mente senza un ordine prestabilito e così come arrivano se ne vanno via, sono solo di passaggio.

Cerco di leggere qualcosa, ho portato con me un libro ma anche leggere mi pesa. Voglio il nulla, solo il nulla per sentirmi in pace con me stessa.

Volevo essere una gatta morta

Ho appena finito di leggere il libro di Chiara Moscardelli di cui al titolo del post; un libro che mi è stato proposto, anzi messo letteralmente in mano, dalla commessa della libreria Giunti, che me l’ha consigliato caldamente. Così il libro l’ho comprato e, sebbene non mi abbia entusiasmato, l’ho trovato comunque gradevole e di facile lettura.

L’autrice sostiene che le donne destinate ad avere successo con gli uomini sono quelle che appartengono alla categoria delle “gatte morte”, quelle che conoscono da subito, fin dalla nascita, tutte le strategie per accalappiare un uomo e le sanno mettere in opera. Lei, invece, e ci tiene a sottolinearlo in più punti del libro, è nata podalica e questo la dice lunga sul suo modo di vedere le cose e in particolare sul suo rapporto con l’universo maschile. Con gli uomini lei è stata, è e sarà quella che ascolta, che dà consigli, l’amica sempre presente e che, in quanto tale, non sarà mai la compagna, la moglie, l’amante.

D’altronde questa regola vale anche all’incontrario, lo affermava anche Max Pezzali degli 883 in una sua famosa canzone “la regola dell’amico non sbaglia mai. Se sei amico di una donna non ci combinerai mai niente, mai”.

Secondo me invece, nel libro come nella vita privata, da parte della Moscardelli non c’è mai stata una reale volontà di accasarsi perché, ed è questa la dura verità, tutte le donne indipendenti, colte e libere di pensiero, incutono timore alla maggior parte degli uomini che, a donne siffatte preferiscono appunto le “gatte morte” a cui si prostrano deferenti.

Mi piace però pensare che una rivoluzione, un ribaltamento di questa situazione, potrebbe venire proprio da noi donne che, lungi dal fare dei distinguo tra le “gatte morte” e le “nate podaliche” facessimo gioco di squadra, le une imparando dalle altre e viceversa.

Per il resto, saper cogliere le proprie debolezze e riderci su tanto da ricavarci un libro, non è da tutte.

Alla fine mi rimane solo un dubbio, ed è qui che si palesa la mia più crassa ignoranza, e riguarda il titolo del libro.

Ma si dice: “ volevo essere una gatta morta” o “avrei voluto essere una gatta morta” ?

A voi, cari lettori, l’ardua sentenza.

Sorprese che scaldano il cuore

Al supermercato vicono a casa ho incontrato, dopo tanto tempo, una conoscente che abitava nella mia zona e che si è trasferita in un paesino limitrofo.

Con lei  facevo lunghe passeggiate a parlare di tutto e di niente, di cose importanti e di cose futili. I cani offrono una bella opportunità per stringere amicizie. Lei in giro col suo, un bassotto e io col mio Socrate.

Questa voce la riconosco” e mi è venuta incontro e mi ha abbracciato forte con affetto. Poi, come si fa di solito, abbiamo parlato un po’ di noi e un po’ dei nostri figli. Dei mariti, chissà perché, non se ne parla mai, soprattutto se e quando si è sposati da tanti anni.

Si capiva che era proprio felice di avermi incontrato e anch’io lo sono stata. Queste piccole sorprese riscaldano il cuore e riscalda anche il cuore constatare che c’è qualcuno che, nonostante la lontananza, pensa a te con simpatia.

Ci siamo ripromesse di non lasciar passare tanto tempo senza rivederci e spero di mantenere la promessa e non lasciarla cadere nel dimenticatoio e chissà che da una semplice conoscenza non possa nascere una bella amicizia.

E, se l’ho incontrata dopo tanto tempo, può darsi che il motivo sia proprio questo.