Islanda: meraviglia della natura

A fine giugno sono stata in vacanza in Islanda. Di viaggi ne ho fatti tanti ma le emozioni che mi ha regalato questa terra meravigliosa penso che me le porterò per sempre nel cuore. Già dall’arrivo all’ aeroporto di Rekiavjk ho respirato un’aria diversa da quella del mio Paese e questa mia percezione si è rafforzata durante il corso del mio soggiorno.

Il paesaggio regala scenari sempre diversi e tutti mozzafiato. Dal deserto roccioso si passa a prati verdi, a dirupi e a cascate tanto belle da togliere il fiato, ai geyser, alle spiagge nere battute dal vento, all’ imperscrutabile oceano, alla laguna glaciale con gli iceberg e le foche. Luce a ogni ora del giorno e della notte, sole a mezzanotte, scrosci improvvisi di pioggia, cavalli dalla folta criniera, pecore, mucche e caprette dappertutto.

Rekiavjk è una città allegra, piena di giovani che vengono da tutto il mondo e che camminano veloci tra case colorate, locali, negozi di souvenir e maglioni di lana grezza di ogni foggia e colore.

Gli Islandesi, poi, si contano tra di loro con appositi numeratori, fieri della propria nazione e della loro identità.

Non usano tovaglie e appoggiano i piatti direttamente sui tavoli, perloppiú di legno grezzo. Abitudine che, a ben vedere, è lo specchio di un popolo che vive la vita senza inutili fronzoli e bada all’essenziale. 

Io stessa, da brava provinciale, ne sono rimasta spiazzata e a colazione non riuscivo a non mettere il tovagliolino di carta ben aperto sotto la tazza. 

Sono ripartita col magone e col desiderio di essere già di ritorno, anche solo per vedere l’ aurora boreale che non ho visto e le balene che non si sono fatte vedere quando ho fatto la gita in barca. Spero di poterci ritornare l’anno prossimo, ma nel nord.

Islanda aspettami, sto arrivando. 

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Sulle Università

A cena mio marito ci ha raccontato di aver sottoposto a colloquio due ragazzi per l’ ingrato compito ricevuto dall’ ufficio di selezionarne uno da assumere in azienda; una laureata a Camerino e l’altro a Pavia, pendendo ahimè l’ago della bilancia a favore di quest’ultimo.

Da questo antefatto il discorso è scivolato sulla preparazione acquisita da chi frequenta un’università piuttosto che un’altra. E, sebbene siano trascorsi un sacco di anni, ancora ricordo che chi, tra i miei conoscenti o amici, voleva laurearsi senza troppa fatica, sceglieva di studiare in una di quelle università che aveva la nomea di essere più facile anche solo per la mole di pagine da studiare in vista degli esami.

Da allora è trascorso così tanto tempo che proprio non so dire se queste dicerie ci siano ancora oppure no.

Ma secondo voi le università italiane preparano tutte allo stesso modo e il titolo di studio di chi esce da un’università piuttosto che da un’altra ha lo stesso valore in termini di preparazione?