Sulle figlie …

Quando oggi ho visto mia figlia ho riconosciuto in lei una mia espressione e mi è venuto naturale dirle che mi assomigliava. Apriti cielo, non l’avessi mai fatto, si è risentita, ha avuto una reazione esagerata, non è vero, lei è lei e io sono io. Ho toccato evidentemente un nervo scoperto. Non sarò stata la sola a farglielo notare.

Ora però a essere offesa sono io …

Riflessioni sulla mamma

Non scrivo mai nulla per la mamma in occasione della festa della mamma perché è una festa che mi riporta col pensiero alla mia di mamma e questo di certo non mi rende felice, mi riapre una ferita mai del tutto rimarginata.

Amavo mia madre alla follia, per lei mi sarei buttata nel fuoco e, invece, a buttarmi nel fuoco è stata lei e da lei ho ricevuto il dolore più grande della mia vita, tanto grande che ancora oggi, a distanza di tempo, non sono guarita. Credevo di morire.

Quando ti arriva qualcosa da qualcuno da cui non te lo aspetti, la mamma appunto, il dolore è ancora più grande, la ferita più profonda. Sei stupita, impreparata, indifesa, inerme.

Sono quasi dieci anni che non la vedo e, nonostante abbia più volte e in più occasioni, cercato di riavvicinarmi a lei, è pur sempre mia madre, al telefono mi ha detto a chiare lettere che non mi vuole più vedere e che non faccio più parte della famiglia. Altro quindi non ho potuto fare che prenderne atto e rispettare la sua volontà.

Dei quattro figli che ha avuto, due le sono morti, una praticamente è come se lo fosse.

Ma come fa a vivere con questo macigno sul cuore, come fa a dormire sonni beati?

Io, che oltre a essere figlia sono anche madre, proprio non riesco a spiegarmelo. Solo al pensiero che possa succedere qualcosa ai miei figli sto male.

Di certo, essere madri non è affatto facile, l’importante è imparare dai propri errori, mettercela tutta, lasciarsi guidare dall’ Amore, quell’amore che è poi il motore di tutto e fa girare il mondo. Questa però è tutta un’altra storia.

La verità è che mia madre è cattiva e sull’altare dell’apparenza ha sacrificato la figlia ma non credo che sia l’unica.

Son tutte buone le mamme del mondo? No, credo proprio di no.

Al camping Vettore

Nulla. Sono in mezzo al nulla. Seduta al tavolino davanti al mio bungalow mi perdo tra il verde degli alberi e il silenzio che c’è.

Mi piace questo silenzio, è un silenzio a cui non ero più abituata e di cui avevo bisogno per rigenerarmi.

I pensieri si affacciano alla mente senza un ordine prestabilito e così come arrivano se ne vanno via, sono solo di passaggio.

Cerco di leggere qualcosa, ho portato con me un libro ma anche leggere mi pesa. Voglio il nulla, solo il nulla per sentirmi in pace con me stessa.

Pensieri su Toulouse Lautrec

La mostra di Toulouse Lautrec al Palazzo Reale di Milano mi ha dato modo di conoscere un po’ di più di un artista che mi è sempre piaciuto e che con le sue opere ha segnato un’ epoca : la belle époque.
Proveniente da famiglia nobile ha patito sulla sua pelle la scelta dei nobili di accoppiarsi tra di loro ed è nato con una grave patologia che gli ha causato uno sviluppo disarmonico degli arti inferiori rendendolo simile a un nano. Era alto, si fa per dire, un metro e 52.

La mostra si apre appunto con un grande ritratto di famiglia che lo immortala con i suoi genitori e parenti tra cui una cugina deforme.
Il suo aspetto fisico non felice e la consapevolezza di esso tuttavia non pregiudicarono la pienezza della vita sociale con la frequentazione di locali periferici di Parigi, come il Moulin Rouge a Montmartre, e di ballerine prostitute come Jane Avril, consegnate alla Storia dai suoi ritratti e manifesti.
La guida ci ha parlato inoltre della sua vita, del suo pensiero, ci ha letto spezzoni dei suoi scritti da cui si intuisce di come lui si sentisse diverso dagli altri autodefinendosi un ‘outsider’.
E forse proprio da questa inquietudine interiore, da questo conflitto interno tra quello che era e quello che avrebbe voluto essere che nasce il suo genio.
Per anni desideró l’ approvazione del padre condividendone le passioni, come quella per i cavalli che compaiono spesso nei suoi dipinti, senza però riuscirsi. In compenso era adorato e supportato nelle sue scelte dalla mamma e dalla nonna che lo amavano incondizionatamente.
Questo suo affannarsi nel tentativo di compiacere il padre mi ha portato alla considerazione che i genitori sono i principali artefici della felicità dei propri figli e hanno il dovere morale di assecondarli nelle loro scelte per renderli liberi e non oppressi da sensi di colpa.

Il canovaccio

Sulla mensola un canovaccio tutto bianco, lo prendo al volo per asciugare una pentola appena lavata. Al bordo due iniziali, una I e una M, ricamate col filo rosso che spiccano sul bianco. Sono le iniziali del nome e del cognome della zia di mio padre e quel canovaccio ha più di un secolo.

Mentre asciugo, una corrente sottile si trasferisce dal canovaccio alle mie mani e la mente va a me bambina e a una vecchietta dolce, snella e piccola di statura, che passava ore e ore seduta dietro ai vetri della porta della sua casetta al piano terra a guardare i passanti e a scambiare con loro qualche chiacchiera come era in uso nei paesini di provincia un po’ retrogradi. Un modo per non essere sola o per non sentirsi da sola. Era ben voluta da tutti. Non avendo nulla ci offriva un bicchiere d’acqua.

Credo che tutti gli oggetti delle persone che non ci sono più continuino a conservare in sé parte della loro energia, la stessa che è transitata nelle mie mani e che me l’ha fatta ricordare.

Un piccolo, grande miracolo dell’Universo.

 

 

” Lo stomachino”

A mio marito non c’è mangiare che basti, ogni sera quando torna dall’ufficio vuol trovare pronto e io gli preparo primo, secondo, contorno e frutta.

Ieri sera ho cucinato risotto coi funghi, frittata con contorno di patate lesse e pensavo che gli bastassero e invece no … “Solo questo?” Mi ha detto “e che ci faccio io con una frittatina fetente?” e subito si è fiondato sul frigorifero, ha preso un hamburger vegetale, di quelli che si riscaldano in un minuto al microonde e l’ ha mangiato in aggiunta alla frittata, a suo giudizio del tutto insufficiente.

Poi, non ancora soddisfatto, ha concluso “e come faccio io col mio stomachino?ho tanta fame”.

E chiamalo “stomachino…” Il suo è lo stomaco di un bisonte.

Alla fine ha fatto fuori anche una ciotola piena zeppa di fragole, yogurt e miele  e “dulcis in fundo” un cornetto gelato e, al danno la beffa, è pure magro magro, più magro di me anche se preferisco morire piuttosto che ammetterlo.

È un’ ingiustizia però!

 

Dedicato a mia madre

Fin da quando ero piccola mia mamma era solita ripeterci che noi figli avevamo peso, qualità e misura. Questa espressione, non proprio felice, stava a significare che fortunato era chi godeva della nostra compagnia e chi, per avventura o per altro, si trovava a incrociare il nostro cammino di vita.

Sulla scia di questo pensiero mi ha fatto frequentare le migliori scuole e, con fare snob lei, “sine nobilitate”, si permetteva di allontanare da casa nostra le persone che riteneva non fossero alla nostra altezza.

Così casa mia era un porto di mare ma veniva frequentata solo da gente che, come noi, aveva allo stesso modo, peso, qualità e misura.

Che ci fosse una nota stonata in questo modo di pensare e di agire me ne sono accorta già verso i 14 anni quando mio padre ebbe dei seri problemi economici.

Gli amici dei miei genitori ci allontanarono e le amiche di mia mamma si erano scordate persino il suo nome di battesimo ed erano tornate a chiamarla “ signora ”, essendo lei ridiventata un’ estranea, salvo poi naturalmente a farsi ritornare la memoria quando mio padre superò la crisi e si riprese come e meglio di prima.

Per questo ma non solo per questo, nell’amicizia e nel’ amore ho sempre seguito il cuore lasciando aperta la porta di casa a chi mi piace e mi è simpatico, indipendentemente dal suo ceto sociale. Questa apertura mentale mi ha consentito di imparare molto dagli altri e di capire meglio le persone che mi circondano.

Ammetto allo stesso tempo di aver sviluppato una certa insofferenza nei confronti di chi si crede più degli altri senza in effetti esserlo, verso quelli che io chiamo con disprezzo “i cafoni arricchiti ”.

Siamo tutti barchette in mezzo al mare, in balia delle intemperie della vita e tutto quello che cerchiamo e desideriamo veramente è di approdare in un porto sicuro e rimanere in acque tranquille, fissando gli ormeggi.

C’è invece chi coltiva ancora la vana illusione di riuscire a navigare per il corso della sua intera esistenza in un mare all’apparenza sempre calmo e sicuro e si adopera con ogni mezzo per far sì che gli altri lo credano, celando al mondo intero le loro burrasche personali, facendo addirittura finta che che non ci siano e che a loro vada sempre tutto bene. Il chc ovviamente è impossibile. Anzi, a voler ben guardare, il loro mare è meno limpido e trasparente di quello altrui.

Io non sono così e per mia stessa natura non nascondo nulla anche perché sono fermamente convinta che condividere le proprie esperienze sia sempre positivo e vantaggioso.

Tuttavia, come contropartita, questo mio modo di essere e pensare mi ha esposto a tradimenti e c’è stato chi si è fatto forte sulle mie debolezze e, appunto, mi ha tradito.

La mia reazione è stata quella di prenderne atto, di lasciare cicatrizzare le ferite, di chiudere con il traditore e di andare avanti per la mia strada come se nulla fosse successo.

La vita infatti è bella e va vissuta appieno con i suoi pro e con i suoi contro.

Il Pensatoio

In un documentario su Darwin si parlava di lui, del suo genio e di come le sue teorie abbiano rivoluzionato il vecchio modo di pensare sull’origine della specie.

In particolare mi ha colpito il fatto che lui usava come pensatoio il suo giardino.

Aveva infatti una casa con un grande giardino e aveva creato apposta un percorso circolare intorno alla casa. Quando doveva trovare una risposta a una domanda difficile percorreva, al pari dei filosofi greci, i ” Peripatetici ” più volte lo stesso tragitto.

A ogni giro faceva cadere una delle pietre che aveva su un tavolino accanto al portone d’ingresso. Finite le pietre, il problema doveva trovare una soluzione.

Sebbene il paragone sia senza dubbio irriverente potrei provare a emularlo, visto che quando esco con Socrate percorro lo stesso, identico tragitto, senza mai cambiarlo.

Così ogni giorno potrei pensare a uno dei miei tanti problemi irrisolti e fissare come tetto massimo il numero di dieci pipì del mio cagnolino. Alla decima pipì il mio problema deve essere risolto.

E chissà che, con l’aiuto di Darwin ma soprattutto di Socrate, possa essere, di giorno in giorno, sempre un poco più felice.

Ricordi di scuola

In cerca di non so bene cosa mia figlia ha pensato bene di riesumare dalla cantina i miei vecchi libri del liceo. Così, con mia grande sorpresa, mi sono ritrovata tra le mani libri di cui avevo completamente dimenticato l’esistenza. Ce n’ erano anche tanti e non solo di versioni ma anche di letteratura e su tutti, sul frontespizio della prima pagina era scritto il mio nome, la classe da me frequentata “Secondo liceo sez. E”.  

Così ne ho incominciato a sfogliare uno a caso “Le Pleiadi” di Filippo Maria Pontani con le liriche in lingua madre di Alceo, Archiloco, Mimnermo e  Saffo, che è la mia preferita, e vi ho trovato, scritti in una grafia minuta e sottile che non è poi tanto mutata nel corso degli anni, gli appunti che ci dettava la prof. in classe nel corso delle lezioni.

Quasi per magia mi sono ritornati in mente il distico elegiaco, la metrica con il sua ritmo dolce e cadenzato e le interrogazioni sul posto. E nel mentre leggevo la pagina del foglio ingiallito dal tempo ho visto, disegnati a margine, un fiorellino e una stellina e ho provato tenerezza per una Rosaria poco più che bambina e che aveva solo sedici anni ma che sapeva tante cose che ora non sa più e che ha completamente scordato.

Certo che la vita è ben strana. Pensiamo sempre di andare avanti e invece andiamo indietro.

 

Il fantasmino dispettoso

Da sempre, o almeno da quando ci abito, divido il mio appartamento con delle simpatiche presenze che, per fortuna, si comportano con educazione, e, diciamolo pure, con una certa discrezione.

Si fanno sentire solo di tanto in tanto, giusto per non farsi dimenticare da noi che siamo i loro coinquilini in carne e ossa.

Tintinnano allora le tazzine da caffè appese al trespolo, una manina di polvere si materializza sul retro dei pantaloni di mio marito, il tappo della vasca da bagno sparisce all’improvviso per poi ricomparire al solito posto dopo qualche giorno.

Poichè era da tempo che tutto scorreva liscio come l’olio credevo che avessero traslocato in altre dimore e invece stamattina, mentre ero a letto e recitavo le mie preghiere, ecco che la televisione si accende all’improvviso.

Ero convinta di essere stata io a schiacciare inavvertitamente il telecomando visto che spesso mi addormento dimenticandomelo accanto ma, cerca di qua e cerca di là, era posizionato come sempre sul cassettone, di fronte al letto.

Annoiato dalle mie preghiere il fantasmino impertinente avrà pensato bene di “cambiare canale” e ascoltare le notizie del giorno su Canale 5.

I fantasmini evidentemente ci tengono molto a essere informati di quello che succede su questa terra perché questo è forse un modo per sentirsi ancora vivi e partecipi delle gioie e dei dolori che accadono a noi, poveri esseri umani.