Riflessioni sulla mamma

Non scrivo mai nulla per la mamma in occasione della festa della mamma perché è una festa che mi riporta col pensiero alla mia di mamma e questo di certo non mi rende felice, mi riapre una ferita mai del tutto rimarginata.

Amavo mia madre alla follia, per lei mi sarei buttata nel fuoco e, invece, a buttarmi nel fuoco è stata lei e da lei ho ricevuto il dolore più grande della mia vita, tanto grande che ancora oggi, a distanza di tempo, non sono guarita. Credevo di morire.

Quando ti arriva qualcosa da qualcuno da cui non te lo aspetti, la mamma appunto, il dolore è ancora più grande, la ferita più profonda. Sei stupita, impreparata, indifesa, inerme.

Sono quasi dieci anni che non la vedo e, nonostante abbia più volte e in più occasioni, cercato di riavvicinarmi a lei, è pur sempre mia madre, al telefono mi ha detto a chiare lettere che non mi vuole più vedere e che non faccio più parte della famiglia. Altro quindi non ho potuto fare che prenderne atto e rispettare la sua volontà.

Dei quattro figli che ha avuto, due le sono morti, una praticamente è come se lo fosse.

Ma come fa a vivere con questo macigno sul cuore, come fa a dormire sonni beati?

Io, che oltre a essere figlia sono anche madre, proprio non riesco a spiegarmelo. Solo al pensiero che possa succedere qualcosa ai miei figli sto male.

Di certo, essere madri non è affatto facile, l’importante è imparare dai propri errori, mettercela tutta, lasciarsi guidare dall’ Amore, quell’amore che è poi il motore di tutto e fa girare il mondo. Questa però è tutta un’altra storia.

La verità è che mia madre è cattiva e sull’altare dell’apparenza ha sacrificato la figlia ma non credo che sia l’unica.

Son tutte buone le mamme del mondo? No, credo proprio di no.

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Basilicata coast to coast

Basilicata coast to coast? No, non è il titolo del film ma quello che ho fatto nella Regione dove ho trascorso le mie vacanze estive.
Una Regione io, che sono pugliese, non conoscevo affatto e che mi ha stupito per quel non so che di selvaggio e misterioso. Una terra genuina come genuini sono i suoi abitanti. Ottima impressione mi hanno fatto pure i Lucani, gente ospitale e gentile pur senza essere invadente.
Il nostro albergo era a Policoro, immerso nel verde, un’ oasi di pace e di tranquillità.
La mattina in spiaggia e il pomeriggio in giro con mio marito alla scoperta di luoghi meravigliosi.
E così siamo stati due pomeriggi a Matera, la città dei Sassi, che nel 2019 sarà capitale della cultura. Città che ha un fascino tutto suo e quando cammini sulle strade lastricate di pietre ti sembra di essere stata catapultata in un’epoca passata.

Matera è un set cinematografico a cielo aperto con una vista meravigliosa sulle montagne e le sue case cava dove vivevano insieme uomini e animali.
Una mattina siamo andati a Ginosa Marina, che non è in Basilicata ma in Puglia, per una gita in gommone a caccia di delfini e, quando li abbiamo visti che ci sono saltati proprio davanti, l’ emozione è stata unica.
Un altro pomeriggio siamo andati a Craco, il paese fantasma, abbandonato dai suoi abitanti per smottamento del terreno. E ancora ad Aliano, il paese dalle case con gli occhi, dove fu mandato in confino Carlo Levi, lo scrittore di ” Cristo si è fermato ad Eboli” e che lì volle essere sepolto per tener fede alla parola data agli abitanti che un giorno sarebbe tornato.
Seduta tutta sola sui gradini di una casa, nel silenzio più assoluto, non un passante, un cane, un gatto, nessuno, il rintocco all’improvviso di una campana a morto, l’ aria strana che vi si respirava, ho avuto paura. Paese inquietante e bello allo stesso tempo.
Bella anche l’ oasi del WWF dove i ragazzi volontari si prendono cura delle tartarughe marine ferite e belle le paludi dintorno, ammantate da un silenzio surreale e chilometri di mare e di spiagge senza incontrare anima viva pur in pieno agosto.
Dulcis in fundo” non posso non parlare di Pietrapertosa, perla delle Dolomiti Lucane, dove i più temerari possono avventurarsi nel volo dell’ angelo.
I calanchi, bianchi alla luce della luna, gli aironi e i cavalieri d’ Italia, i terreni coltivati a viti, gli uliveti, pecore e mucche che pascolano libere, gli asinelli, tutto mi è piaciuto di questa terra antica e ancora sconosciuta dove prima o poi sono sicura di poter far ritorno.

Anna Lucia

Da ragazza avevo una bellissima comitiva di amici, comitiva i cui componenti sono rimasti gli stessi nel tempo, non uno di più e non uno di meno, essendoci noi sempre rifiutati di allargare la cerchia ad altri.
Ciò nonostante quando conobbi Anna Lucia, figlia dell’allora prefetto della mia città natale, mi piacque talmente tanto che feci di tutto per inserirla nel mio gruppo e farla diventare una di noi.

L’  ammiravo. Lei, pur  essendo molto giovane, accompagnava il padre dappertutto, specie nelle manifestazioni ufficiali, perché lui era vedovo, e lei rappresentava la figura femminile al suo fianco. Non bella ma fascinosa e con uno stile tutto suo, ci sentivamo ogni giorno. Mi ha insegnato come muovermi con disinvoltura in ogni ambiente. Con lei mi sono divertita molto, in special modo al circolo ufficiali dell’ aeronautica dove c’ erano tanti bei ragazzi e tutti in tiro. Io l’ invitavo a tutte le feste e gli incontri che organizzavo con i miei amici.
Tutto questo è durato fino a quando il padre non venne trasferito a Roma, sua cit
tà d’ origine.
Lei mi lasciò i suoi recapiti telefonici e io ero certa di non aver perso l’amica perché
mi si presentava spesso l’occasione di andare a Roma per un motivo o per un altro.
Credevo ci saremmo riviste ma mi sbagliavo. Ogni volta che l’ho chiamata si è sempre negata al telefon
o, quindi ho capito e non l’ho chiamata più.
Evidentemente per lei ero un capitolo chiuso.
All’inizio ci sono rimasta molto male però poi ho pensato che in ogni caso mi aveva lasciato qualcosa e me ne sono fatta una ragione.
Non so nemmeno bene il perché ne sto parlando ora a distanza di anni, non so se é perché non l’ ho ancora digerito o perché le cose non concluse o non perfettamente concluse rimangono come sospese nel vuoto, eternamente appese al nulla e noi razionalmente non l
e accettiamo. Il cerchio va chiuso.
Di una cosa però son certa, io non mi sarei mai comportata con nessuno così, meno che mai con un’amica. I sentimenti degli altri non vanno calpestati.

Di sicuro per lei ero sullo stesso piano di tanti perfetti sconosciuti e poco importa se li conosci per cinque minuti o per cinque anni.
Per me l’ amicizia conta eccome ed è sempre disinteressata. Il “do ut des“, il “facio ut facias” non mi appartengono e va bene così.
E mi affeziono se pure sono agrodolce per carattere e anche per questo va bene così.

L’annoso dilemma

Ho sedici anni e sono seduta al mio banco. Mi annoio, la lezione è pesante. Sul diario allora incomincio a scrivere, vittima di un ego che non mi ha mai del tutto abbandonato “W me, w me” Riempio più di una pagina della mia lode.

Dall’alto della cattedra la professoressa si avvede della mia distrazione e non me la perdona. Mi chiama e mi invita a consegnarle il diario. Legge e poi davanti a tutti i miei compagni mi dice : “Se devi scriverlo, scrivilo almeno in maniera corretta, w io e non w me”.

Da allora l’annoso dilemma ancora mi affligge visto che tutti scrivono e/o dicono “w me”.

Ho scritto pure al professor Sabatini di “ unomattina” ma nulla. Forse il mio quesito non è degno di interesse.

E allora chiedo a voi, aspiranti scrittori/ scrittrici del web, esimi/ esimie prof. “ qual è (senza apostrofo, questo almeno lo so) la dicitura esatta e perché? Per quale regola?

Per favore ponete la parola fine al mio annoso dilemma e, orsù, datemi voi la risposta corretta. In definitiva, si scrive “w io o w me?”

Ps: non posso più chiedere alla prof. in questione perché ne ho perso le tracce.

Ricordi di scuola

In cerca di non so bene cosa mia figlia ha pensato bene di riesumare dalla cantina i miei vecchi libri del liceo. Così, con mia grande sorpresa, mi sono ritrovata tra le mani libri di cui avevo completamente dimenticato l’esistenza. Ce n’ erano anche tanti e non solo di versioni ma anche di letteratura e su tutti, sul frontespizio della prima pagina era scritto il mio nome, la classe da me frequentata “Secondo liceo sez. E”.  

Così ne ho incominciato a sfogliare uno a caso “Le Pleiadi” di Filippo Maria Pontani con le liriche in lingua madre di Alceo, Archiloco, Mimnermo e  Saffo, che è la mia preferita, e vi ho trovato, scritti in una grafia minuta e sottile che non è poi tanto mutata nel corso degli anni, gli appunti che ci dettava la prof. in classe nel corso delle lezioni.

Quasi per magia mi sono ritornati in mente il distico elegiaco, la metrica con il sua ritmo dolce e cadenzato e le interrogazioni sul posto. E nel mentre leggevo la pagina del foglio ingiallito dal tempo ho visto, disegnati a margine, un fiorellino e una stellina e ho provato tenerezza per una Rosaria poco più che bambina e che aveva solo sedici anni ma che sapeva tante cose che ora non sa più e che ha completamente scordato.

Certo che la vita è ben strana. Pensiamo sempre di andare avanti e invece andiamo indietro.

 

Mago Zurlì

La notizia è di ieri, è morto Cino Tortorella, il mago Zurlí dello Zecchino d’oro e, con lui, un pezzo della mia infanzia se ne va.
Mi piaceva quest’uomo, il suo garbo nel condurre la trasmissione, il suo modo di porsi ai bambini e mi piaceva pure quel suo costume da mago con il cappello sulle ventitré, che ha smesso di indossare quando ha capito che ne era arrivato il tempo.
Alcuni uomini non dovrebbero mai morire e vivere come in un sogno carico di promesse.
La sua morte mi ha lasciato un vuoto e l’ amara consapevolezza che anch’io sto diventando grande e questo, come cantavano i Righeira, proprio non mi va.