Il professore del cappero

Sigaro in bocca, bicchiere di birra, se ne stava comodamente seduto su una poltroncina un bizzarro avvocato in compagnia della sua “amica”, di mio marito e mia e di un’ altra coppia, in vacanza nello stesso villaggio, a chiacchierare di tutto e di niente. No, mi correggo, a chiacchierare della superiorità in bellezza, cultura, bravura dei loro figli, rampanti professionisti di giovane età e della normalità dei miei.

Nel bel mezzo della conversazione si avvicina il maître del ristorante e incomincia a vantarsi delle sue doti da psicologo, essendo in grado lui, con una sola occhiata, di giudicare la tipologia del cliente del suo ristorante e, nell’enfasi del discorso, si esibisce in un latinorum degno del dottor Azzeccagarbugli di manzoniana memoria.

Se deve dirlo, deve dirlo bene” subito lo riprende il talentuoso avvocato “verba volant, scripta manent”, facendo arrossire il povero uomo.

Sarà che più di una volta mi è capitato di essere corretta dal professore di turno, istintivamente mi sono sentita dalla parte del maitre, ridicolizzato davanti agli astanti.

A me è stato insegnato che non è educato correggere chi sbaglia a pronunciare una parola, il tempo o il modo di un verbo, specie alla presenza di tutti, per non ferire, per non offendere o mortificare. Lo si può fare al limite in disparte, a tu per tu, lontani da orecchie indiscrete.

A voi è mai capitato un episodio simile? E che ne pensate a tale proposito? È giusto il comportamento dell’avvocato? Sono curiosa di conoscere la vostra opinione.

 

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Sulle Università

A cena mio marito ci ha raccontato di aver sottoposto a colloquio due ragazzi per l’ ingrato compito ricevuto dall’ ufficio di selezionarne uno da assumere in azienda; una laureata a Camerino e l’altro a Pavia, pendendo ahimè l’ago della bilancia a favore di quest’ultimo.

Da questo antefatto il discorso è scivolato sulla preparazione acquisita da chi frequenta un’università piuttosto che un’altra. E, sebbene siano trascorsi un sacco di anni, ancora ricordo che chi, tra i miei conoscenti o amici, voleva laurearsi senza troppa fatica, sceglieva di studiare in una di quelle università che aveva la nomea di essere più facile anche solo per la mole di pagine da studiare in vista degli esami.

Da allora è trascorso così tanto tempo che proprio non so dire se queste dicerie ci siano ancora oppure no.

Ma secondo voi le università italiane preparano tutte allo stesso modo e il titolo di studio di chi esce da un’università piuttosto che da un’altra ha lo stesso valore in termini di preparazione?

Parmigiano e sterco di vacca

L’ho già scritto in altri post: a me piacciono le trasmissioni demenziali perché hanno il merito di regalarmi un po’ spensietatezza. Però stamattina, a “Uno mattina”, si è veramente toccato il fondo.

Argomento del dibattito: il nulla. Conduttori e giornalisti discutevano sulla reazione di uno chef italiano a una recensione negativa su tripadvisor. Quest’ultimo pare infatti abbia risposto male a un avventore il quale, essendosi recato nel ristorante dello stesso, a Londra, si era visto rifiutare dal cameriere il parmigiano che aveva ordinato per il primo di pesce. Così, una volta a casa, aveva pensato bene di sfogarsi sul noto sito, ricevendo però questo commento indietro dallo chef:

“Col pesce il parmigiano non va. Mettilo sullo sterco di vacca”.

E, incredibile a dirsi, ospite in tv era proprio il tronfio ristoratore con la sua compagna, chiamato a dire la sua sull’episodio, felice come una Pasqua di poter pubblicizzare il suo locale a spese del cliente, cornuto e mazziato.

Ma, restando sempre in tema di ristorazione, la vendetta è un piatto che va servito freddo e, quando ho letto in sovraimpressione il cognome della compagna dello chef patinato ma maleducato, mi è venuto troppo da ridere, Vacca appunto. Forse ne è stata l’ispiratrice.

Chi di vacca ferisce di vacca perisce. Evidentemente di vacche se ne intende.

A testa alta

Girovagando tra i blog ho letto un post il cui contenuto disapprovo in pieno.
Il post
di cui intendo parlarvi prende spunto da una frase della Meloni  in cui la stessa  si meravigliava che l’onorevole Boldrini, nella sua veste istituzionale, non avesse espresso alcuna riprovazione riguardo allo stupro subito dalla turista polacca e alla violenza patita dal suo compagno a Rimini.
Ebbene la blogger in questione, invece di cercare di compenetrarsi, per quanto possibile, nei panni della vittima, si schierava tutta a favore dei carnefici, sostenendo che la violenza da essi perpetrata in nulla differiva da quella posta in essere dagli Italiani all’interno delle pareti domestiche dando del razzista a chi sosteneva
il contrario.

Infatti si è scagliata pure contro di me che, in un commento, mi sono permessa di difendere la Meloni, esprimendo sconcerto per il post e le affermazioni in esso esplicitate. Non solo sono stata etichettata come razzista, invidiosa della Boldrini quando l’invidia è un vizio capitale che proprio non mi appartiene e da sempre ma anche invitata ad andare altrove.
Premesso che la violenza è da condannare sempre e comunque, è sotto gli occhi di tutti che, con l’ arrivo degli immigrati, i reati contro il patrimonio e contro la persona, specie contro le donne, sono aumentati a dismisura, tanto che vengono prese di mira anche le donne anziane.
Questo accade perchè alla base del loro comportamento non c’è alcuna considerazione nei confronti delle donne e per il ruolo da esse rivestito all’interno della famiglia e della società, essendo solo uno strumento per soddisfare i loro bisogni sessuali. La donna non vale niente, non è niente.
Questo modo di pensare e di agire cozza violentemente col nostro dove la donna,
al contrario, occupa un ruolo di primo piano nel lavoro e nella società.

La conferma della bontà di quanto ho detto arriva proprio da un ” mediatore culturale” , Abid Jee che ha spudoratamente reso pubblico su Facebook il suo pensiero ” … peggio solo all’ inizio ma poi la donna si calma ed è un rapporto normale … “. Agghiacciante il fatto che queste parole, altrettanto agghiaccianti, siano state scritte da un ragazzo di 24 anni, che vive e studia in Italia.

Questo avvalora la tesi che, rebus sic stantibus, nessuna integrazione è in atto e, a mio giudizio, nessuna integrazione è tuttora possibile, visto che questi ragazzi provengono da famiglie molto lontane e diverse da noi da cui hanno ereditato la mentalità, gli usi e i costumi, tanto che molto spesso finiscono per sviluppare un odio profondo nei confronti del mondo occidentale.
Tornando al post della nostra blogger mi ha fatto male constatare che nemmeno una parola sia stata spesa per la giovane donna polacca, marchiata a vita da questa orribile umiliazione, una ferita da cui dubito potrà
mai guarire. Non una parola di compassione, né di pietà. Nulla di nulla. Solo una presa di posizione a favore di quegli scellerati malfattori. Lei che pure è una donna. Ma come si fa e come si può essere così crudeli? E se fosse capitato a lei, a una sua amica o conoscente sarebbe stata altrettanto magnanima?

Una violenza siffatta è motivata da notevole disprezzo nei confronti di noi donne e se non siamo proprio noi donne a farci paladine dei nostri diritti, chi altri? Dobbiamo ribellarci a qualsiasi tentativo di impaurirci e di sottometterci ma, nel farlo, dobbiamo essere unite e compatte.

Da sole non andiamo da nessuna parte. Come quella giornalista che ha indossato il velo per parlare con un imam a Bari. Il velo da sempre è simbolo di sottomissione e noi non dobbiamo sottometterci a nessuno e per nessun motivo.

A testa alta. Sempre.

L’immagine è stata presa dal web.

Cani e Gatti

Il mondo è diviso in due grandi categorie, quella di chi ama i gatti è quella di chi ama i cani. Io appartengo a quest’ultima e amo, ricambiata, i cani mentre i gatti mi piacciono solo da un punto di vista estetico e basta.
Da questa premessa ne consegue che i rispettivi proprietari riflettono in sé tutti i pregi e
i difetti dei loro animali preferiti finendo addirittura per assomigliarsi fisicamente.
Chi ha un gatto è indipendente e libero, possiede facoltà paranormali ma al tempo stesso è inaffidabile ed egoista, essendo il suo comportamento proiettato a un suo tornaconto personale piuttosto che a quello degli altri.
Chi ha un cane, lo ammetto sono di parte, di sicuro è meno indipendente di chi ha un gatto ma è più incline all’amicizia disinteressata, è fedele e affettuoso e mai e poi mai tradirebbe un amico. Aborre la falsità.
Credo pertanto che dalle preferenze di una persona per un animale domestico piuttosto che per un altro se ne possano arguire carattere e indole e regolarsi di conseguenza sapendo in anticipo con chi si avrà a che fare.
E voi
siete più gatti o più cani?

L’età delle donne

L’età delle donne è strana assai perché, invece di aumentare con il tempo, spesso diminuisce. La prova provata è data da una mia amica che so per certo essere del 64′ e che invece con nonchalance, mentre passeggiavamo insieme, mi ha comunicato di essere nata nel 65′.

Purtroppo per lei ho una memoria di ferro e mi ricordo tutto e anche le quisquilie, come lo è l’anno di nascita.

Così, anno dopo anno, la differenza di età che ci divide è destinata ad aumentare e lei sarà sempre più giovane e io, ahimè, sempre più vecchia.

Le proprie insicurezze si manifestano anche in questo modo nascondendo agli altri e forse anche a se stesse la propria vera età.

Per questo, anziché condannarla, mi fa tanta tenerezza.

D’altronde, non a caso Oscar Wilde diceva che non bisogna mai fidarsi di una donna che dichiara la sua vera età perché, se è capace di quello, è capace di tutto.

Tenera è la notte

Amo i Classici. Sono fermamente convinta infatti che nessun libro, più di un Classico, abbia la potenzialità di aprire la mente e di farci riflettere.

Voglio parlarvi di “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald.

La trama la riassumo in poche righe. Dich, uno psichiatra brillante e in carriera si innamora della sua paziente, Nicole, una donna bellissima e ricchissima, e la sposa. Si illude, così facendo, di coronare la sua ambizione di entrare a far parte del bel mondo; mondo a cui lui non appartiene per nascita.

Accetta compromessi, risolve situazioni intricate, amici non limpidi e una vita non sempre a lui congeniale. Tutto, pur di far parte del giro. La moglie sa che può contare su di lui sempre e comunque, in primis come medico.

Per una serie di circostanze negative i nodi vengono al pettine e lui si ritrova a manifestare la sua vera natura, diventando insofferente a cotanta ipocrisia.

Beve. Incomincia il suo declino.

Il socio in affari nella clinica da loro fondata, fa in modo di sciogliere la società, l’amante attrice lo lascia, la moglie pure, innamorata di un amico di vecchia data, Tommy Barban.

E lui scompare dalla scena, perduto in qualche angolo del mondo, con in mano un pugno di mosche.

Dalla lettura ho avuto l’impressione che i romanzi di Fitzgerald siano un po’ come le favole di Fedro e di Esopo, con una morale finale.

La morale di “Tenera è la notte” è che le scorciatoie per arrivare alla fama, al potere, alla ricchezza, non portino in realtà da nessuna parte perché troppo alto è il prezzo da pagare in termini di dignità.

Si salva solo chi ha talento, forza di volontà, perseveranza nel raggiungere il proprio obiettivo, senza dover dire grazie a nessuno se non a se stesso e, proprio per questo, è libero. Infatti, gli unici personaggi vincenti del romanzo sono Rosemary, l’attrice, e Tommy Barban.

Chi invece occupa una posizione sociale ed economica a cui non ha diritto per non essersela conquistata, prima o poi, ne pagherà il fio.

E se il mio cuore sarebbe portato a credere alla morale di Fitzgerald, la realtà di oggi, della società priva di valori in cui viviamo, me ne dà prova contraria.

Tanti, e in tutti i settori della vita pubblica e privata, occupano posizioni di prestigio e di potere senza averne merito. Posizioni che lasciano solo quando ne sono costretti o per morte naturale.

Il declino è il nostro che subiamo, senza ribellarci, le angherie di chi è arrivato in alto giocando sporco.

Il nostro infatti non è più un Paese di diritto. Basti pensare ai politici collusi con la mafia, anche a livello locale, alle prostitute messe a capo di qualche dicastero ma non sono solo loro. C’è tutta una rete.

Vincono i mediocri e chi ha cervello e dignità deve emigrare altrove o soccombere, per non parlare dei nostri ragazzi a cui hanno rubato il futuro.

Alla lunga, dunque? Magari fosse vero!

 

Meritocrazia e merito

“ I pubblici uffici sono organizzati secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione.
Nell’ ordinamento degli uffici sono determinate le sfere di competenza, le attribuzioni e le responsabilità proprie dei funzionari.
Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge.”
E uno ci credeva e studiava e si impegnava con profitto e, dopo aver conseguito una laurea, magari in giurisprudenza, in una buona università, ancora continuava a frequentare corsi di specializzazione, finalizzati al superamento di un concorso da funzionario oppure a ottenere abilitazioni varie.
Fatto sta ed è che, una volta diventato funzionario con il sudore della sua fronte, ancora non sapeva a quali umiliazioni e vessazioni sarebbe andato incontro per consentire la rapida quanto inarrestabile ascesa del meritocratico di turno, senza arte e né parte.
Si dice che “Fatta la legge, trovato l’inganno” e allora i politici, che in quest’arte senza dubbio eccellono, per poter inserire nella pubblica amministrazione i propri galoppini, si sono inventati il concetto di meritocrazia grazie al quale, con un semplice colpo di magia,  riescono a trasformare gli impiegati in dirigenti, facendoli diventare stalloni di razza quando invece sono asini. Li collocano ai vertici di un ufficio pubblico e giustificano la loro assegnazione con la scienza infusa che hanno ricevuto dall’alto, per grazia divina. Agli altri non resta che inchinarsi davanti a cotanta bravura e fare un passo indietro.
Così chi, a insindacabile giudizio del politico, è meritocratico, fa una carriera veloce, prestigiosa, strepitosa mentre chi, invece, è meritevole, se lo prende in quel posto e null’altro può fare che arrendersi all’evidenza.
Il meritocratico ricopre sempre un posto di gran lunga superiore a quello per il quale è risultato vincitore di concorso ed è entrato nella pubblica amministrazione. La sua qualifica corrisponde a quella di un impiegato di concetto.
A suon di gomitate, sotterfugi, scorrettezze, comportamenti illegittimi, il meritocratico di turno si ritrova, in men che non si dica, in vetta alla scala gerarchica e, senza colpo ferire, scavalca a piè pari tanti colleghi che, ovviamente, non sono alla sua altezza. Appare simile al servo che entra dalla porta di servizio e poi diventa il padrone del palazzo, senza averne titolo.
La scalata al successo inizia in sordina, quasi in punta dei piedi. Con un concorso interno, indetto apposta per lui, il meritocratico diventa funzionario e poi ancora dirigente e questo, spesso, senza nemmeno espletare un concorso, neppure pro forma, avendo come titolo di studio, solo un diplomino da quattro soldi. La laurea se l’è guadagnata “honoris causa” sul campo e con 110 e lode. Non per nulla, è bravo, il migliore di tutti, tanto da arrivare  a sbaragliare tutta la concorrenza!:- )
Ma allora,  mi sorge un dubbio e mi faccio questa domanda impertinente e forse irriverente: “Ma se il meritocratico è davvero così bravo come dice e come dicono, anzi il più bravo, come mai non è riuscito a superare un regolare concorso ad hoc da dirigente?:-) Perché ha dovuto ricorrere a vie traverse per raggiungere il suo obiettivo?:-)
Ma quello che più mi preoccupa è che i meritocratici stanno aumentando a dismisura nel mondo del lavoro e non solo nella pubblica amministrazione.
Le conseguenze sono veramente dannose. Il meritocratico, ormai arrivato alla poltrona agognata, senza naturalmente averne le competenze e né tanto meno le capacità, solo per merito e virtù dello Spirito Santo, impersonato nel politico compiacente che lo sostiene, si crede onnipotente e, per dimostrare di essere all’altezza del suo compito, finisce per assumere con i suoi sottoposti, specie con quelli che sa per certo che sono superiori a lui, un atteggiamento dispotico, da dittatore, gravemente arrogante, indisponente e maleducato. Vuole avere sempre ragione. Urla. Offende.
D’altronde, non potrebbe essere diversamente dato che è perfettamente consapevole che il posto da lui occupato l’ha usurpato a chi ne aveva diritto e che, per ironia della sorte, si trova a essere comandato proprio da colui che dovrebbe comandare e che subisce oltre al danno, la beffa.
In questo modo si viene a creare nell’ufficio a cui è preposto un clima di ostilità, di terrore, di diffidenza tra i colleghi, che di certo non favorisce il buon andamento della pubblica amministrazione, anche questo sancito dalla nostra bella Costituzione, ma disatteso nella realtà dei fatti. Gli unici che vengono privilegiati dal “dirigente” meritocratico sono la pletora di lecchini e di spioni di cui ama circondarsi per i propri scopi e, quelli sì, godono di un trattamento particolare e sono favoriti. Sono loro che vengono mandati in missione, partecipano ai corsi più disparati, sono chiamati a rivestire un ruolo cardine all’interno dell’ufficio stesso.
Di contro, l’incompetente meritocratico è estremamente servizievole e accondiscendente verso chi l’ha sistemato ai vertici dell’ufficio e scende a qualsiasi compromesso, pur di non perdere il privilegio così “faticosamente” conquistato e percepire, pagato da noi tutti, uno stipendio stratosferico, assolutamente non corrispondente e adeguato alla sua effettiva qualifica. Forse questo è il prezzo a cui ha diritto per essersi venduto ed essere diventato un burattino pieno di fili. Peccato però che l’ufficio non sia un teatrino delle marionette.
Essere meritocratico, quindi, non significa essere meritevole. Tutt’altro. I meritocratici sono la feccia della società.
Non meravigliamoci poi se la pubblica amministrazione va a rotoli perché è lo specchio di una società corrotta e corruttibile e di un governo che non c’è e, se c’è, agisce solo ed esclusivamente per il proprio tornaconto personale.
La “res publica” è ormai diventata una “res privata”, con grave danno per la società che, tra l’altro, non ha più regole e dove tutto è lecito e possibile.
A farne le spese di questo andazzo sono pure i meritocratici ma sono talmente ottusi che nemmeno se ne rendono conto. Pretendiamo il rispetto della legalità a cui tutti siamo soggetti e battiamoci per ottenerla.

Gli eterni Peter Pan

Se lavorano al nord ma sono del sud ogni weekend prendono il treno o l’aereo per andare da mammina e babbino nella loro città di origine, sobbarcandosi ore e ore di viaggio pur di stare con loro e, se potessero continuerebbero a essere gli eterni figli di famiglia.

In genere non sono sposati (troppa fatica) ma sono eternamente fidanzati.

Se sono sposati anche il loro marito/fidanzato o moglie/fidanzata sono del sud e/o abitano lì.

Se donne, in genere non hanno figli perché sostengono che è ancora presto, considerato che le aspettative di vita si sono allungate e che un figlio si può avere pure a cinquant’anni perché dove non arriva l’orologio biologico arriva la medicina e d’altronde le attrici e le star dello spettacolo ne sono la prova provata.

Trattano i ventenni come se fossero i loro fratelli maggiori.

Danno il lei a tutti ma pretendono il tu.

Hanno paura della loro stessa ombra, non prendono iniziative e vivono la loro vita da parassiti.

Non hanno entusiasmo per nulla e nemmeno ideali ma al tempo stesso si credono più intelligenti di tutti.

Non fanno pazzie e non si espongono nemmeno per il loro migliore amico.

Chi sono? Sono i quarantenni di oggi e non ce n’è di più belli e più bravi di loro.