Sulle Università

A cena mio marito ci ha raccontato di aver sottoposto a colloquio due ragazzi per l’ ingrato compito ricevuto dall’ ufficio di selezionarne uno da assumere in azienda; una laureata a Camerino e l’altro a Pavia, pendendo ahimè l’ago della bilancia a favore di quest’ultimo.

Da questo antefatto il discorso è scivolato sulla preparazione acquisita da chi frequenta un’università piuttosto che un’altra. E, sebbene siano trascorsi un sacco di anni, ancora ricordo che chi, tra i miei conoscenti o amici, voleva laurearsi senza troppa fatica, sceglieva di studiare in una di quelle università che aveva la nomea di essere più facile anche solo per la mole di pagine da studiare in vista degli esami.

Da allora è trascorso così tanto tempo che proprio non so dire se queste dicerie ci siano ancora oppure no.

Ma secondo voi le università italiane preparano tutte allo stesso modo e il titolo di studio di chi esce da un’università piuttosto che da un’altra ha lo stesso valore in termini di preparazione?

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Riflessioni sulla mamma

Non scrivo mai nulla per la mamma in occasione della festa della mamma perché è una festa che mi riporta col pensiero alla mia di mamma e questo di certo non mi rende felice, mi riapre una ferita mai del tutto rimarginata.

Amavo mia madre alla follia, per lei mi sarei buttata nel fuoco e, invece, a buttarmi nel fuoco è stata lei e da lei ho ricevuto il dolore più grande della mia vita, tanto grande che ancora oggi, a distanza di tempo, non sono guarita. Credevo di morire.

Quando ti arriva qualcosa da qualcuno da cui non te lo aspetti, la mamma appunto, il dolore è ancora più grande, la ferita più profonda. Sei stupita, impreparata, indifesa, inerme.

Sono quasi dieci anni che non la vedo e, nonostante abbia più volte e in più occasioni, cercato di riavvicinarmi a lei, è pur sempre mia madre, al telefono mi ha detto a chiare lettere che non mi vuole più vedere e che non faccio più parte della famiglia. Altro quindi non ho potuto fare che prenderne atto e rispettare la sua volontà.

Dei quattro figli che ha avuto, due le sono morti, una praticamente è come se lo fosse.

Ma come fa a vivere con questo macigno sul cuore, come fa a dormire sonni beati?

Io, che oltre a essere figlia sono anche madre, proprio non riesco a spiegarmelo. Solo al pensiero che possa succedere qualcosa ai miei figli sto male.

Di certo, essere madri non è affatto facile, l’importante è imparare dai propri errori, mettercela tutta, lasciarsi guidare dall’ Amore, quell’amore che è poi il motore di tutto e fa girare il mondo. Questa però è tutta un’altra storia.

La verità è che mia madre è cattiva e sull’altare dell’apparenza ha sacrificato la figlia ma non credo che sia l’unica.

Son tutte buone le mamme del mondo? No, credo proprio di no.

Parmigiano e sterco di vacca

L’ho già scritto in altri post: a me piacciono le trasmissioni demenziali perché hanno il merito di regalarmi un po’ spensietatezza. Però stamattina, a “Uno mattina”, si è veramente toccato il fondo.

Argomento del dibattito: il nulla. Conduttori e giornalisti discutevano sulla reazione di uno chef italiano a una recensione negativa su tripadvisor. Quest’ultimo pare infatti abbia risposto male a un avventore il quale, essendosi recato nel ristorante dello stesso, a Londra, si era visto rifiutare dal cameriere il parmigiano che aveva ordinato per il primo di pesce. Così, una volta a casa, aveva pensato bene di sfogarsi sul noto sito, ricevendo però questo commento indietro dallo chef:

“Col pesce il parmigiano non va. Mettilo sullo sterco di vacca”.

E, incredibile a dirsi, ospite in tv era proprio il tronfio ristoratore con la sua compagna, chiamato a dire la sua sull’episodio, felice come una Pasqua di poter pubblicizzare il suo locale a spese del cliente, cornuto e mazziato.

Ma, restando sempre in tema di ristorazione, la vendetta è un piatto che va servito freddo e, quando ho letto in sovraimpressione il cognome della compagna dello chef patinato ma maleducato, mi è venuto troppo da ridere, Vacca appunto. Forse ne è stata l’ispiratrice.

Chi di vacca ferisce di vacca perisce. Evidentemente di vacche se ne intende.

Al camping Vettore

Nulla. Sono in mezzo al nulla. Seduta al tavolino davanti al mio bungalow mi perdo tra il verde degli alberi e il silenzio che c’è.

Mi piace questo silenzio, è un silenzio a cui non ero più abituata e di cui avevo bisogno per rigenerarmi.

I pensieri si affacciano alla mente senza un ordine prestabilito e così come arrivano se ne vanno via, sono solo di passaggio.

Cerco di leggere qualcosa, ho portato con me un libro ma anche leggere mi pesa. Voglio il nulla, solo il nulla per sentirmi in pace con me stessa.

Buon Natale!

A Natale, si sa, tutti sono più buoni e io naturalmente cerco di adeguarmi all’andazzo generale ma, pur sforzandomi, proprio non ci riesco. No, proprio no.

C’è una vocina bastarda che si agita dentro di me in maniera incontrollata, arriva fino alla testa e mi fa fare pensieri più bastardi di lei. Pensieri non buoni e nemmeno buonisti, come è ora nel costume di tutti.

E così quest’anno, per il primo anno dopo tanti , incomincio a intravedere i lati positivi di un evento negativo che, ahimè ma forse non tanto ahimé, mi è capitato.

Evento negativo: Lite con i miei. Mia madre (come sono buone le mamme) mi ha detto a chiare lettere che non faccio più parte della famiglia.

Eventi positivi prima d’ora non considerati:

  • Liberazione da obblighi e impegni di sorta a cominciare dalle sempre odiate cene di famiglia in compagnia di parenti che mi stanno sulle scatole;
  • Notevole risparmio nella spesa in regali di Natale che acquisto solo per i miei figli, mio marito e le amiche del cuore;
  • Di conseguenza farò sparire le espressioni deluse e insoddisfatte sulle facce di chi non è stato accontentato;
  • Potrò finalmente comprarmi la borsa colorata in finta pelliccia;
  • Godere appieno dell’atmosfera natalizia andando in giro per le vie di Milano e di Pavia;
  • Pensare di più a me stessa e a quello che voglio e desidero. Viva la libertà.

Natale è rinascita: la mia. Maria Rosaria is back in black.

Auguri di cuore a tutti.

 

Pensieri su Toulouse Lautrec

La mostra di Toulouse Lautrec al Palazzo Reale di Milano mi ha dato modo di conoscere un po’ di più di un artista che mi è sempre piaciuto e che con le sue opere ha segnato un’ epoca : la belle époque.
Proveniente da famiglia nobile ha patito sulla sua pelle la scelta dei nobili di accoppiarsi tra di loro ed è nato con una grave patologia che gli ha causato uno sviluppo disarmonico degli arti inferiori rendendolo simile a un nano. Era alto, si fa per dire, un metro e 52.

La mostra si apre appunto con un grande ritratto di famiglia che lo immortala con i suoi genitori e parenti tra cui una cugina deforme.
Il suo aspetto fisico non felice e la consapevolezza di esso tuttavia non pregiudicarono la pienezza della vita sociale con la frequentazione di locali periferici di Parigi, come il Moulin Rouge a Montmartre, e di ballerine prostitute come Jane Avril, consegnate alla Storia dai suoi ritratti e manifesti.
La guida ci ha parlato inoltre della sua vita, del suo pensiero, ci ha letto spezzoni dei suoi scritti da cui si intuisce di come lui si sentisse diverso dagli altri autodefinendosi un ‘outsider’.
E forse proprio da questa inquietudine interiore, da questo conflitto interno tra quello che era e quello che avrebbe voluto essere che nasce il suo genio.
Per anni desideró l’ approvazione del padre condividendone le passioni, come quella per i cavalli che compaiono spesso nei suoi dipinti, senza però riuscirsi. In compenso era adorato e supportato nelle sue scelte dalla mamma e dalla nonna che lo amavano incondizionatamente.
Questo suo affannarsi nel tentativo di compiacere il padre mi ha portato alla considerazione che i genitori sono i principali artefici della felicità dei propri figli e hanno il dovere morale di assecondarli nelle loro scelte per renderli liberi e non oppressi da sensi di colpa.

A testa alta

Girovagando tra i blog ho letto un post il cui contenuto disapprovo in pieno.
Il post
di cui intendo parlarvi prende spunto da una frase della Meloni  in cui la stessa  si meravigliava che l’onorevole Boldrini, nella sua veste istituzionale, non avesse espresso alcuna riprovazione riguardo allo stupro subito dalla turista polacca e alla violenza patita dal suo compagno a Rimini.
Ebbene la blogger in questione, invece di cercare di compenetrarsi, per quanto possibile, nei panni della vittima, si schierava tutta a favore dei carnefici, sostenendo che la violenza da essi perpetrata in nulla differiva da quella posta in essere dagli Italiani all’interno delle pareti domestiche dando del razzista a chi sosteneva
il contrario.

Infatti si è scagliata pure contro di me che, in un commento, mi sono permessa di difendere la Meloni, esprimendo sconcerto per il post e le affermazioni in esso esplicitate. Non solo sono stata etichettata come razzista, invidiosa della Boldrini quando l’invidia è un vizio capitale che proprio non mi appartiene e da sempre ma anche invitata ad andare altrove.
Premesso che la violenza è da condannare sempre e comunque, è sotto gli occhi di tutti che, con l’ arrivo degli immigrati, i reati contro il patrimonio e contro la persona, specie contro le donne, sono aumentati a dismisura, tanto che vengono prese di mira anche le donne anziane.
Questo accade perchè alla base del loro comportamento non c’è alcuna considerazione nei confronti delle donne e per il ruolo da esse rivestito all’interno della famiglia e della società, essendo solo uno strumento per soddisfare i loro bisogni sessuali. La donna non vale niente, non è niente.
Questo modo di pensare e di agire cozza violentemente col nostro dove la donna,
al contrario, occupa un ruolo di primo piano nel lavoro e nella società.

La conferma della bontà di quanto ho detto arriva proprio da un ” mediatore culturale” , Abid Jee che ha spudoratamente reso pubblico su Facebook il suo pensiero ” … peggio solo all’ inizio ma poi la donna si calma ed è un rapporto normale … “. Agghiacciante il fatto che queste parole, altrettanto agghiaccianti, siano state scritte da un ragazzo di 24 anni, che vive e studia in Italia.

Questo avvalora la tesi che, rebus sic stantibus, nessuna integrazione è in atto e, a mio giudizio, nessuna integrazione è tuttora possibile, visto che questi ragazzi provengono da famiglie molto lontane e diverse da noi da cui hanno ereditato la mentalità, gli usi e i costumi, tanto che molto spesso finiscono per sviluppare un odio profondo nei confronti del mondo occidentale.
Tornando al post della nostra blogger mi ha fatto male constatare che nemmeno una parola sia stata spesa per la giovane donna polacca, marchiata a vita da questa orribile umiliazione, una ferita da cui dubito potrà
mai guarire. Non una parola di compassione, né di pietà. Nulla di nulla. Solo una presa di posizione a favore di quegli scellerati malfattori. Lei che pure è una donna. Ma come si fa e come si può essere così crudeli? E se fosse capitato a lei, a una sua amica o conoscente sarebbe stata altrettanto magnanima?

Una violenza siffatta è motivata da notevole disprezzo nei confronti di noi donne e se non siamo proprio noi donne a farci paladine dei nostri diritti, chi altri? Dobbiamo ribellarci a qualsiasi tentativo di impaurirci e di sottometterci ma, nel farlo, dobbiamo essere unite e compatte.

Da sole non andiamo da nessuna parte. Come quella giornalista che ha indossato il velo per parlare con un imam a Bari. Il velo da sempre è simbolo di sottomissione e noi non dobbiamo sottometterci a nessuno e per nessun motivo.

A testa alta. Sempre.

L’immagine è stata presa dal web.

Cani e Gatti

Il mondo è diviso in due grandi categorie, quella di chi ama i gatti è quella di chi ama i cani. Io appartengo a quest’ultima e amo, ricambiata, i cani mentre i gatti mi piacciono solo da un punto di vista estetico e basta.
Da questa premessa ne consegue che i rispettivi proprietari riflettono in sé tutti i pregi e
i difetti dei loro animali preferiti finendo addirittura per assomigliarsi fisicamente.
Chi ha un gatto è indipendente e libero, possiede facoltà paranormali ma al tempo stesso è inaffidabile ed egoista, essendo il suo comportamento proiettato a un suo tornaconto personale piuttosto che a quello degli altri.
Chi ha un cane, lo ammetto sono di parte, di sicuro è meno indipendente di chi ha un gatto ma è più incline all’amicizia disinteressata, è fedele e affettuoso e mai e poi mai tradirebbe un amico. Aborre la falsità.
Credo pertanto che dalle preferenze di una persona per un animale domestico piuttosto che per un altro se ne possano arguire carattere e indole e regolarsi di conseguenza sapendo in anticipo con chi si avrà a che fare.
E voi
siete più gatti o più cani?

L’età delle donne

L’età delle donne è strana assai perché, invece di aumentare con il tempo, spesso diminuisce. La prova provata è data da una mia amica che so per certo essere del 64′ e che invece con nonchalance, mentre passeggiavamo insieme, mi ha comunicato di essere nata nel 65′.

Purtroppo per lei ho una memoria di ferro e mi ricordo tutto e anche le quisquilie, come lo è l’anno di nascita.

Così, anno dopo anno, la differenza di età che ci divide è destinata ad aumentare e lei sarà sempre più giovane e io, ahimè, sempre più vecchia.

Le proprie insicurezze si manifestano anche in questo modo nascondendo agli altri e forse anche a se stesse la propria vera età.

Per questo, anziché condannarla, mi fa tanta tenerezza.

D’altronde, non a caso Oscar Wilde diceva che non bisogna mai fidarsi di una donna che dichiara la sua vera età perché, se è capace di quello, è capace di tutto.

Anna Lucia

Da ragazza avevo una bellissima comitiva di amici, comitiva i cui componenti sono rimasti gli stessi nel tempo, non uno di più e non uno di meno, essendoci noi sempre rifiutati di allargare la cerchia ad altri.
Ciò nonostante quando conobbi Anna Lucia, figlia dell’allora prefetto della mia città natale, mi piacque talmente tanto che feci di tutto per inserirla nel mio gruppo e farla diventare una di noi.

L’  ammiravo. Lei, pur  essendo molto giovane, accompagnava il padre dappertutto, specie nelle manifestazioni ufficiali, perché lui era vedovo, e lei rappresentava la figura femminile al suo fianco. Non bella ma fascinosa e con uno stile tutto suo, ci sentivamo ogni giorno. Mi ha insegnato come muovermi con disinvoltura in ogni ambiente. Con lei mi sono divertita molto, in special modo al circolo ufficiali dell’ aeronautica dove c’ erano tanti bei ragazzi e tutti in tiro. Io l’ invitavo a tutte le feste e gli incontri che organizzavo con i miei amici.
Tutto questo è durato fino a quando il padre non venne trasferito a Roma, sua cit
tà d’ origine.
Lei mi lasciò i suoi recapiti telefonici e io ero certa di non aver perso l’amica perché
mi si presentava spesso l’occasione di andare a Roma per un motivo o per un altro.
Credevo ci saremmo riviste ma mi sbagliavo. Ogni volta che l’ho chiamata si è sempre negata al telefon
o, quindi ho capito e non l’ho chiamata più.
Evidentemente per lei ero un capitolo chiuso.
All’inizio ci sono rimasta molto male però poi ho pensato che in ogni caso mi aveva lasciato qualcosa e me ne sono fatta una ragione.
Non so nemmeno bene il perché ne sto parlando ora a distanza di anni, non so se é perché non l’ ho ancora digerito o perché le cose non concluse o non perfettamente concluse rimangono come sospese nel vuoto, eternamente appese al nulla e noi razionalmente non l
e accettiamo. Il cerchio va chiuso.
Di una cosa però son certa, io non mi sarei mai comportata con nessuno così, meno che mai con un’amica. I sentimenti degli altri non vanno calpestati.

Di sicuro per lei ero sullo stesso piano di tanti perfetti sconosciuti e poco importa se li conosci per cinque minuti o per cinque anni.
Per me l’ amicizia conta eccome ed è sempre disinteressata. Il “do ut des“, il “facio ut facias” non mi appartengono e va bene così.
E mi affeziono se pure sono agrodolce per carattere e anche per questo va bene così.